Controinformazione

Copertina di Xtimes n. 35 dedicata all'inchiesta su Assange
Julian Assange all'età di otto anni prima di entrare a far parte della setta The Family
Julian Assange a nove anni con gli altri bambini della setta. Si noti il caschetto biondo platino

L'INFANZIA PERDUTA DI JULIAN ASSANGE

di

Enrica Perucchietti

 

Nel mondo dello spionaggio sappiamo tutti che cos'è Wikileaks”. L’ex agente del KGB, Daniel Estulin, ha archiviato per ora il Club Bilderberg, al quale ha dedicato molti articoli e un omonimo saggio, per dedicarsi a Wikileaks e a Julian Assange sui quali ha molti segreti da rivelare. Da me raggiunto telefonicamente ha confermato le anticipazioni che erano apparse su alcuni siti stranieri sul Cablegate che solo in apparenza avrebbe scosso le fondamenta dei servizi segreti e dei maggiori Governi al mondo. Perché, come ricorda Estulin, si deve sempre diffidare di tutto e di tutti e dei personaggi di ombre e fumo che periodicamente si affacciano sugli scenari mondiali.

Nel suo nuovo libro, Desmontando a Wikileaks, Estulin rivela i retroscena di Wikileaks: l’organizzazione non è una creazione di Assange – spiega Estulin – ma della NSA e della CIA.

Che su Assange potesse aleggiare l’ombra della CIA era abbastanza evidente: in fondo le informazioni “top secret” rivelate da Wikileaks non sono state così sconcertanti, anzi. Avevo già ipotizzato nel mio L’altra faccia di Obama, che dietro l'hacker australiano si potesse nascondere una forma di cover up. L’ultimo saggio di Estulin non solo conferma il mio dubbio, ma ricompone i pezzi di un puzzle che una volta completato rivela però un’ipotesi più tragica.


Assange burattino della CIA

Ho contattato Estulin per saperne di più dopo avere svolto delle ricerche parallele al suo lavoro per capire se anche le mie fonti mi avrebbero condotto alle stesse conclusioni. Così è stato.

Per Estulin Assange è un “burattino” della CIA: lavorerebbe per l’Agenzia, senza però esserne minimamente cosciente. In questo senso Wikileaks sarebbe soltanto un espediente per gettare fumo negli occhi alla popolazione e rendere evidente la debolezza dei sistemi informatici governativi per poter limitare e controllare l’accesso libero a internet. Quasi tre anni fa il giurista Lawrence Lessing aveva avvisato del pericolo di un imminente “11 settembre di internet” un evento – o meglio, un pretesto – che avrebbe permesso ai governanti di modificare radicalmente le norme che regolano la Rete. Il terreno è stato infatti preparato nel 2009 con l'emanazione di un Patrioct Act cybernetico. Wikileaks avrebbe così offerto, secondo Estulin, una buona ragione per spegnere il pulsante e oscurare il web: “se puoi controllare internet, controlli l'informazione e la conoscenza”. Concorda a distanza il giornalista investigativo Webster Tarpley, convinto che il prossimo passo del Pentagono sarà “un ripulirsi generale di internet, chiudendo tanti siti critici, utilizzando come pretesto i segreti spifferati da Assange” che, prosegue Tarpley, avrebbe dimostrato di lavorare per la CIA, non solo parlandone bene, ma facendo il gioco dell'Agenzia: in questo senso Wikileaks avrebbe rivelato soltanto notizie scomode ridicolizzando i nemici americani, Putin e Berlusconi in primis. Estulin ricorda invece che i documenti pubblicati da Wikileaks sembrano non toccare Israele e invece concentrarsi contro il Pakistan, l'unico Paese musulmano dotato di armamento nucleare. Anche il co-fondatore di Wikileaks, John Young, ha accusato l'ex collega di fare gli interessi di gruppi “occulti” e di essere addirittura “pilotato” dalla CIA.


Gioco di fumo e specchi

Ma quale sarebbe il ruolo di Assange in questo disegno strategico?

Per capirne il coinvolgimento bisogna risalire alle origini di uno degli uomini più affascinanti e discussi del mondo, che vive il giornalismo come una missione.

Sul quarantenne Assange si è detto tutto e il contrario di tutto. Le accuse di stupro non hanno fatto altro che aumentare i dubbi su quest’uomo sulla cui biografia esistono pochissime e frammentarie tracce.

Il caso Strauss Kahn dovrebbe averci abituato a essere almeno un po’ più sospettosi in merito ad accuse precipitate sul capo di uomini potenti. Su Assange la questione è sicuramente più intricata. Se di Strauss Kahn sono note le scappatelle e la passione per le donne, di Assange si conosce davvero poco. Sembra una creatura combattuta tra ascetismo e paranoia, di un’intelligenza sopra la media e una rigorosa devozione per la giustizia. Rigore. Non appare certo come un vizioso. Da quest’uomo non traspare mai una piega, un’emozione forte. Il che non significa che non possa nel privato assumere atteggiamenti discutibili o penalmente perseguibili.

Contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, egocentrici e narcisisti, per tutta la vita – fino allo scoppio del Cablegate - Julian ha adottato un basso profilo, al limite della paranoia. Assange è dotato di un controllo incredibile che l’ha accompagnato ed aiutato nei momenti più difficili, fino alla prigione. Ineffetti sembra un automa. Scavando nella sua infanzia si capisce il perchè.sce davero poco. propri padroni - Bilderberg effetti sembra un automa. Scavando nella sua infanzia si capisce il perché.


La Grande Fratellanza Bianca

Controllo.

È uno dei termini che ricorre più spesso nei racconti di Sarah Moore, una delle vittime della setta australiana nota con il nome The Family. Sarah, nelle sue memorie, racconta i metodi coercitivi a cui erano sottoposti i bambini che appartenevano al Culto, noto anche come la Grande Fratellanza Bianca: “control was everything”, ripete. Il controllo era tutto per la leader spirituale del movimento religioso, Anne Hamilton-Byrne e il suo compagno il Dr Raynor Johnson.

Violenze fisiche, privazione del cibo e del sonno, utilizzo di droghe, in particolare dell'LSD: erano questi i metodi utilizzati dalla Hamilton per disciplinare i “suoi” bambini. Dalle pochissime foto dei piccoli discepoli si evince l'inquietante abitudine a tingere loro i capelli di biondo e a farli vestire in modo uguale, per lo più scuro, di blu. I bambini “ceduti” da genitori plagiati dalla leader del movimento, avevano lo stesso taglio di capelli, un caschetto color platino, stessi abiti, nomi inventati, diversi documenti e passaporti falsificati, infine, una vita in comune: uno dei modi per confonderli fin da piccoli e privarli di una vera e propria identità. Ognuno di loro sembrava l'esatta copia dell'altro.

Il passare del tempo non era scandito da orologi o calendari, anche se l'esistenza all'interno del gruppo era molto rigida a basata su ripetute sedute di Yoga, meditazione, preghiere. Il che rendeva lo stile di vita dei bambini monotono e noioso, aggravato dalle torture fisiche e dalla fame per la costante privazione di cibo.

I metodi di privazione del sonno, cibo, violenze fisiche e utilizzo forzato di droghe ricordano da vicino il progetto MK ULTRA adottato tra gli anni '50 e '60 dalla CIA su cavie umane e dai servizi segreti britannici con il progetto Tavistock che ha avuto base anche in Australia. La Hamilton avrebbe infatti iniziato a progettare il metodo di indottrinamento al culto proprio in quegli anni. La vicinanza alla CIA è evidente. Non solo per la metodologia e il ricorso ad esempio all'LSD – fornito dalla multinazionale farmaceutica Sardoz, già finanziatrice del Terzo Reich - ma dal coinvolgimento di alcune personalità di spicco americane all'interno del Movimento, come il ministro Lord Richard Casey, nientemeno che l'allora Governatore Generale del Commonwealth in Australia.


Ossessione per la razza ariana

Anne Hamilton Byrne da giovane era una donna bellissima e manipolatrice. Dotata di un carisma innato e di un ego smisurato, era capace di centralizzare e manovrare le menti più fragili. La sua ossessione per la bellezza “ariana” la spingeva a tingere i capelli di biondo platino ai “suoi” bambini e a vestirli in modo uguale. Anch'ella era bionda e ossessionata dalla forma, al punto da inorridire alla presenza di un bambino più in carne del normale. Anche per questo amava privare i piccoli del cibo: un modo per controllarli fisicamente e spossarli mentalmente. In assoluto contrasto con le teorie mistico orientali che propugnava, amava vivere nel lusso, indossare vestiti costosi e gioielli importanti. Con l'età si sarebbe rovinata con molteplici interventi di chirurgia plastica.

La Hamilton si diceva discendente di un'antichissima famiglia nobiliare francese che avrebbe tratto origine addirittura dalla stirpe di Davide. Siamo ancora una volta alle prese con un membro alla Nobiltà Nera? O costei millantava solo di appartenere a quella Linea di Sangue che accomuna politici, antichi e moderni regnanti?

Anche per il suo sangue blu, si faceva adorare come una delle molteplici incarnazioni di Cristo (sic!). In questo si dimostra vicina alla Teosofia della Blavastkij e alle teorie di Eduard Schurè che all'inizio dello scorso secolo piegarono le religioni orientali alla propria visione esoterica, tradendone ovviamente il senso originario e influenzando il clima esoterico in cui sarebbe sorto il Nazismo.


L'infanzia “perduta”

Dopo questa lunga parentesi sul Culto vi chiederete che cosa possa mai c'entrare Julian Assange.

Il suo caschetto platino, la sua totale adesione al motto fatto proprio dalla Hamilton, Unseen, Unheard, Unknown nell'adozione di un basso profilo, il suo controllo, la devozione alla causa del giornalismo, possono instradarvi verso la soluzione dell'intricato puzzle...

L'autobiografia che Assange aveva promesso di scrivere per pagare le parcelle ai suoi avvocati si è arenata. In attesa di poter raccogliere tutti i tasselli della sua infanzia e adolescenza, possiamo seguire alcune tracce lasciate qua e là. Se cercate su wikipedia o in generale sul web notizie sulla giovinezza di Julian, troverete poco nulla. Per certo – almeno ufficialmente – si sa che è nato in Australia a Townsville nel Queensland il 3 luglio 1971. Fino ai 18 anni non si sa nulla di lui. Raggiunta la maggior età, infatti, si sposa e diventa padre. Non si può certo dire che la missione di trasparenza che quest'uomo ha applicato ai dossier governativi e militari di tutto il mondo sia stato applicato anche al suo stile di vita. Profilo basso, paranoia latente che lo porta a travestirsi da donna per non farsi identificare durante le sue ricerche, sembra che fino ai 18 anni sia vissuto in una forma di limbo. Sospeso tra sogno e realtà, in attesa di far scoppiare il Cablegate e diventare noto in tutto il globo. E invece no. Gli indizi ci sono, basta saperli seguire. Avere la pazienza di scavare.

Sappiamo che la madre Christine, si separò dal compagno, Brett Assange, proprietario di un teatro di burattini, quando Julian aveva appena 8 anni. Ma il padre naturale di Julian, John Shipton, fece perdere le sue tracce quando il figlio aveva appena un anno, per incontrarlo poi soltanto 26 anni dopo. Dopo la separazione da Brett, Christine si fidanzò con un musicista, dal quale ebbe un altro figlio. Qua i misteri si infittiscono.


Julian “figlio” della Hamilton Byrne

In un'intervista al giornalista Raffi Khatchadourian, sul New Yorker, Julian raccontò di aver trascorso l'infanzia, fino ai 14 anni a fuggire dal patrigno. Costui si sarebbe infatti rivelato come uno psicopatico. In pochi anni Christine, Julian e il fratellastro si sarebbero spostati ben 37 volte per fuggire al patrigno. Ma perchè arrivare a fuggire per tutta l'Australia? Che cosa potevano temere da quest'uomo senza che la polizia potesse assicurare loro protezione?

Ce lo spiega Estulin, che senza aver conosciuto personalmente Julian, mi ha spiegato di aver potuto accedere a documenti riservati dei servizi segreti russi su di lui: “Il suo patrigno l'ha introdotto da bambino in un club di culto che gestiva un'australiana di nome Anne Hamilton-Byrne. L'informazione su questo culto è chiusa e vietata dal Governo australiano, perché è una copertura della CIA. Non vogliono che nessuno inizi ad indagare sui programmi di controllo mentale attraverso un trauma indotto ai bambini. Assange e altri bambini come lui, usando l'LSD, sono stati messi in stanze buie, creando disturbi della personalità multipla. Notate lo sguardo di questo ragazzo, vuoto, inespressivo [...] Non esagero. Quelli di noi nel mondo dello spionaggio sanno di cosa si parla”.

A quale razza di culto sarebbe stato introdotto?

Allo stesso di cui ci parla Sarah Moore. È stato proprio Assange ad ammettere di esser fuggito dalle grinfie del patrigno e della setta, lasciando però il dubbio su quanto tempo abbia però trascorso all'interno della Famiglia. Almeno tre anni, se teniamo conto delle dichiarazioni di Assange: Julian raccontò di essere fuggito dal patrigno dal 1982 al 1990. Quindi dal 1979 – quando Julian aveva 8 anni – al 1982.


Le prove

Basta comunque confrontare due foto di Julian bambino per notare l'evoluzione fisica a cui sarebbe stato sottoposto. Nella prima, dove dà da mangiare a un gatto, – si presume che all'epoca avesse meno di otto anni – è più paffuto con i capelli del suo color naturale, biondo cenere. Nella seconda, insieme agli altri “figli” della Hamilton Byrne, compare con il caschetto color platino al quale ci ha abituato. Ma anche alcuni scatti più recenti mostrano che Assange continua a schiarirsi i capelli tenendoli nel classico caschetto. In alcune foto ha infatti i capelli corti, sfilati e più scuri, del suo colore naturale.

Non sarebbe dunque solo un vezzo estetico quello di tingersi i capelli, ma un abitudine di lunga data adottata durante la sua permanenza nella Famiglia. Le foto dei “bambini” della Famiglia sono inquietanti. Questi ragazzini costretti a impersonare i tratti ariani, ricordano le immagini del film Il Villaggio dei Dannati, il film di Wolf Rilla del 1960, ispirato al romanzo di fantascienza I figli dell'invasione di John Wyndham. Nel 1995 John Carpenter ne trasse l'omonimo remake. In breve si parla della nascita di una progenie di bambini molto simili tra loro, con occhi chiarissimi, capelli color platino, forte attitudine al “branco”, dotati di poteri psichici impressionanti e di evidente origine “aliena”. Quale può essere il legame tra il Culto della Hamilton e la trasposizione cinematografica del libro di Wyndham? L'invasione aliena è uno dei temi conduttori dei romanzi di Wyndham in cui i mutanti sono solitamente minacciosi, determinati a conquistare e soggiogare la razza umana con ogni mezzo, non necessariamente militare. Anche sotto le mentite spoglie di bellissimi bambini...


Culto ariano e ufologico

Il pensiero “esoterico” della Hamilton mischia induismo, tecniche di meditazione a cattolicesimo a culti ariani e pseudo ufologici, tipici di quegli anni. Guardando le poche foto che si trovano di lei si notano i suoi lunghissimi capelli biondi, molto simili a quelli delle medium del Terzo Reich, come Maria Orsic. La lunga chioma, simbolo fin dall'antichità di potenza e di potere magico, non è l'unico dettaglio che sembra accomunare la Hamilton Byrne alle medium naziste. Costoro ricevevano messaggi dall'antichissima razza ariana proveniente dalla stella Aldebaran, e sulla base di questi contatti avevano plasmato l'immagine di quello che sarebbe dovuto essere l'Uomo Nuovo. Biondo, occhi e pelle chiara, avrebbe dovuto essere fisicamente e spiritualmente lo specchio dell'antica schiatta aliena – o sotterranea, dipende dalle fonti. Ecco la Razza Ventura romanzata da Bulwer Lytton o l'Uomo Nuovo che tanto spaventava ed eccitava Hitler come riportato da Rauschning (“L'uomo nuovo vive tra di noi! Egli è già qui! Non è abbastanza per te? Ti dirò un segreto: io ho visto l'uomo nuovo. E' intrepido e crudele. Io ho paura di lui”)!

La Società del Vril – anche dopo la caduta del Terzo Reich - di cui si è tanto discusso, avrebbe avuto tra gli scopi, da un lato continuare la ricerca sulle origini della razza ariana, dall'altra di ricostituirla geneticamente. Qua si inserisce il mezzo dell'eugenetica per isolare e mantenere puro il sangue ariano. Non solo. Perchè tale sangue avrebbe anche delle potenzialità magiche, sovrumane, che andrebbero riattivate attraverso particolari pratiche occulte, tra cui tecniche di meditazione simili a quelle insegnate da Ignazio da Loyola e utilizzate dalle medium naziste per il channeling... Queste pratiche sono simili ad alcune di quelle propugnate dalla Hamilton Byrne.


Ass-thar-ange

La dottrina professata dalla leader della Grande Fratellanza Bianca trova notevoli punti in comune con i messaggi galattici provenienti da Aldebaran fino a conciliarsi con i messaggi apocalittici del Comandante della Flotta Spaziale Interplanetaria Ashtar Sheran, il cui nome ha un'assonanza curiosa non solo con Ish-tar e il demone Astarotte... Ma anche con il cognome – a questo punto non possiamo neppure sapere se vero – di Ass-ange. Ricordiamo per chi non lo conoscesse che Ashtar Sheran è un'entità dimensionale che si presenta dagli anni '70 come l'arcangelo Michele (sic!): più probabilmente un abile ingannatore della razza degli Orange che mischia messaggi d'amore a visioni apocalittiche. Il fonema asht con cui si presenta evoca infatti la dea madre Ishtar/Isis/Ashtart. Un modo, come ha già spiegato Malanga, per trasmettere mentalmente al medium o addotto che egli sarebbe “la madre” o progenitore del genere umano...

Anche la Hamilton professava come Ashtar che la Terra sarebbe stata presto distrutta da un cataclisma, un'esplosione, e i “suoi” bambini avrebbero avuto il compito di guidare i sopravvissuti dopo il cataclisma. Tra di loro si sarebbe anche manifestato il nuovo leader che avrebbe preso il posto della Hamilton alla sua morte. Questo nuovo leader sarebbe stato ovviamente ariano, come gli abitanti di Aldebaran – che secondo alcuni esoteristi discenderebbero da Atlantide – e che sarebbero in viaggio per tornare sul nostro pianeta. Ciò ricorda un po' troppo le teorie di Sitchin su Nibiru...

Poco importa se il popolo ariano sarebbe riemerso dalle viscere della Terra Cava impadronendosi di nuovo della Terra o si sarebbe manifestato provenendo con astronavi da un pianeta lontano. I Maestri Sconosciuti sembrano essere rimasti davvero tra noi: ora comunicherebbero sotto forma di contatti medianici con i membri di quella Linea di Sangue che accomuna politici, banchieri, regnanti. A testimonianza di ciò i recenti messaggi che Ashtar-otte Sheran ha canalizzato alla medium Susan Leland: qua il comandante della Flotta galattica saluta Julian Assange come un “illuminato”, un ambasciatore “di altre dimensioni”, rivelando che costui avrebbe il compito di “annunciare” l'avvento di un nuovo ordine. Quale? Lo stesso preparato da Obama, che avrebbe il compito di “aprire” la porta della nostra dimensione a nuove entità...

Più che esseri spiritualmente “illuminati”, sarebbe meglio dire appartenenti al gruppo degli Illuminati... E a costoro e ai loro “contatti” dimensionali sarebbe opportuno tenere la porta ben chiusa.

LEADER SUDAMERICANI COL CANCRO.

CHAVEZ ACCUSA LA CIA DI COMPLOTTO

di

Enrica Perucchietti

 

Venni a conoscenza del cancro alla laringe di Lula da Silva alcuni mesi prima che venisse diffusa la notizia a fine ottobre 2011. Era stato da poco “ucciso” Osama bin Laden e stavo raccogliendo materiale per un saggio sui retroscena della primavera araba. Una mia fonte accennò alla malattia dell’ex presidente brasiliano. Pensavo di aver frainteso a causa della lingua, o che avesse semplicemente confuso Lula con Hugo Chavez: da alcune settimane si rincorrevano voci contrastanti sulla salute del leader venezuelano. Invece si riferiva proprio a Lula.

 

Anche Lula malato di cancro

Evidentemente la sua patologia era nota agli “addetti ai lavori” mesi prima che venisse rivelato dai media che un fantomatico esame di routine all'ospedale Sirio Libanes aveva indicato la malattia di Lula.

Stavo discutendo con la mia fonte sui reali motivi per l’intervento in Libia: Gheddafi era andato troppo oltre decidendo di introdurre il dinaro oro e riprezzare le materie prime. Ciò avrebbe fatto crollare dollaro ed euro. Il mio interlocutore equiparò il destino che allora attendeva il Colonnello libico al cancro che la CIA aveva inoculato tra gli altri anche all’ex Presidente brasiliano. Come Gheddafi, anche Lula si era infatti opposto alla politica economica del Fondo Monetario Internazionale: dopo aver saldato il debito del Brasile, l’ex Presidente brasiliano aveva intrapreso la strada per introdurre una moneta unica sudamericana, partendo dal commercio con l’Argentina come banco di prova. Seguendo le orme di Chavez, Lula si era più volte espresso con decisione contro il FMI. Quando venne resa pubblica la notizia della bancarotta del Portogallo, Lula consigliò allo stato europeo di non accettare il prestito del FMI, dichiarando: «Ogni volta che il FMI cerca di occuparsi dei debiti di un Paese, porta più problemi che soluzioni».

Secondo la mia fonte la malattia di Lula e Chavez non era casuale. Era opera del Governo americano.

 

Chavez parla di complotto

Se non mi fosse stata rivelata la notizia del cancro di Lula mesi prima della notizia, forse non avrei attribuito alle dichiarazioni di Chavez la stessa importanza di oggi. A margine di un incontro presso l’accademia militare di Caracas, Chavez ha sorpreso il pubblico denunciando davanti alle telecamere la possibilità di un complotto dietro alla malattia che avrebbe colpito anche Christina Kirchner. Era stato annunciato che anche la leader argentina era affetta da un cancro alla tiroide. In realtà dieci giorni dopo il’accusa di Chavez, il portavoce della Kirchner avrebbe rivelato l’assenza di cellule cancerogene. Ciò non ha fatto che intorpidire le acque come era già avvenuto a giugno con il Presidente venezuelano.

Chavez, convinto che anche la collega Christina fosse affetta dal cancro, era stato molto chiaro nel dichiarare: «È molto difficile da spiegare anche con le leggi della probabilità quello che sta accadendo a molti di noi qua in America Latina. Non voglio accusare nessuno ma… non è impensabile che qualcuno abbia già sviluppato una tecnologia per indurre il cancro. Magari lo verremo a sapere tra 50 anni, chissà. Non sto sospettando degli Stati Uniti, intendiamoci, ma vi ricordate quando si disse che alcune infezioni in Guatemala erano state scatenate dalla CIA?ii».

Negli anni Chavez ha dimostrato di non avere peli sulla lingua, ma la grinta necessaria per sfidare gli USA, il Fondo Monetario Internazionale e attuare quella rivoluzione del sistema economico e sociale nel suo Paese che aveva promesso al popolo fin dalla sua prima elezione. Quella grinta che lo ha reso noto come il “Toro”, lo rende altrettanto impulsivo da sollevare il dubbio su un’origine dolosa del cancro che ha colpito lui e altri 3 leader dell’America Latina: Lula da Silva (Brasile), Dilma Roussef (Brasile), Fernando Lugo (Paraguay). E poi ovviamente Fidel Castro, considerato da Chavez suo padre putativo e ispiratore. Ora rimane aperta la questione sulla Kirchner. All’appello mancano gli altri due leader “ribelli”: Evo Morales (Bolivia) e Rafael Correa (Ecuador). Un altro temerario avversario del FMI, Nestor Kirchner, marito di Christina, è morto nel 2010 per infarto cardiaco a soli 60 anni.

Riferendosi agli USA, Morales aveva dichiarato nel 2009, durante un’intervista rilasciata ad Oliver Stoneiii, di essere a conoscenza di un piano per eliminare personaggi scomodi (Morales compreso), condividendo così le accuse di Castro. Proprio il leader cubano aveva avvisato Chavez del pericolo che la CIA potesse prendere provvedimenti contro il suo temperamento “ribelle”. Dopo aver dato prima dell’asino, del diavolo e del genocida a George W. Bush e poi dell’ignorante e dell’impostore a Obama, Chavez non si è fatto problemi a mettere in guardia il mondo intero sollevando il dubbio di un complotto indirettamente attribuibile alla CIA.

Pochi hanno preso sul serio le parole del Presidente venezuelano, finendo come al solito per ridere di lui.

Ma se quello di Chavez non fosse stato un intervento avventato?

 

Le ragioni del complotto

La sua esposizione mediatica, il suo carattere rivoluzionario, i provvedimenti di stampo socialista lo hanno reso un nemico per gli USA. Tabloid e tv statunitensi hanno diffuso ogni genere di menzogna sul suo conto, privilegiando come al solito il lato farsesco dell’informazione: è stato definito “malato di testa”, “cocainomane”, “tiranno”, “sanguinario dittatore”, “gay”, addirittura paragonato dal governo Bush jr a Hitler. Peccato che in un incontro privato, George W. Bush abbia cercato di piegare il leader venezuelano a desistere dalla sua politica economica e sociale di stampo socialista (paragonata al Piano Marshall), ammettendo con candore che la guerra è l’unico vero motore di espansione economica degli USA!

Nulla di tutto ciò - neppure il golpe – è servito per destituire Chavez. In mancanza di un pretesto per invadere il Venezuela (come è invece successo per Afghanistan, Iraq e Libia), non potendo attaccarne i mercati (come è successo con Grecia e Italia), rimane aperta la pista dell’omicidio politico, come la CIA ha tentato di fare per almeno 8 volte con Fidel Castro. Se non bastano le intimidazioni (come nell’attentato di Oslo e Utoja), se non si può rischiare di rendere Chavez e gli altri colleghi sudamericani dei martiri – cosa che accadrebbe con un “incidente” simile a quello dell’aereo presidenziale polacco - non rimane che la strada dell’avvelenamento: indurre una patologia talmente diffusa – come il cancro – non avrebbe destato sospetti se non fosse che la possibilità che 4 leader (senza contare Kichner e Castro) si ammalino nel giro di così pochi mesi, è davvero bassa…

La politica portata avanti da Chavez e poi da Lula, Morales, Lugo e Kirchner, ha risollevato ognuno di questi Paesi ma ha avuto come effetto la reazione dell’oligarchia bianca da sempre vicina a Washington.

Le cose non sono cambiate con il mandato di Obama: le speranze di cambiamento si sono infrante sulla strada già intrapresa dai repubblicani. Dopo essere stato recentemente accusato da Obama di reprimere i diritti civili in Venezuela, Chavez ha risposto con un video messaggio durante un consiglio dei ministri dove rimanda al mittente le criticheiv. Con l’ironia che lo ha reso celebre il leader venezuelano ha accusato Obama di essere un impostore e una “frustrazione” per gli afroamericani e i poveri che avevano sperato in lui: «Questa è la voce dell’imperialismo – ha esordito Chavez – Obama, occupati degli affari tuoi, chico! Occupati del tuo Paese che hai ridotto a un disastro! Stai solo cercando voti attaccando il Venezuela. Sei un impostore. Lasciaci tranquilli. Perché noi siamo uomini liberi…». Fuori dai denti, liberi dal gioco statunitense.

 

Il Venezuela di Chavez

Ne ha fatto di strada Chavez. Nato in una capanna di fango e foglie di palma, poi ufficiale dell’esercito, ha guidato il fallito golpe contro Perez, si è attribuito ufficialmente la responsabilità del colpo di stato, ha scontato due anni di prigione e una volta liberato è stato eletto Presidente del Venezuela. Ha affrontato un golpe (appoggiato informalmente dagli USA) ed è tornato al potere supportato dai militari e dal popolo. Da allora ha nazionalizzato la Banca Centrale venezuelanav (celebri le sue filippiche contro il signoraggio), il greggio, l’industria estrattiva e lavorativa dell’oro, ha richiamato in patria le risorse auree, ha dimezzato la povertà e ridotto del 70% l’estrema povertà. Per offrire assistenza sanitaria a una popolazione che prima di allora non aveva mai creduto di poter usufruire di cure, ha stretto un accordo con Castro: petrolio a basso prezzo in cambio dell’invio di 18 mila medici cubani sul suolo venezuelano. Ha invitato la popolazione a studiare, alimentarsi meglio e a salvaguardare la propria salute.

L’ultimo provvedimento è stato di aumentare del 30% il salario minimo dei lavoratori per contrastare l’inflazione: mentre in Europa assistiamo al congelamento degli stipendi e all’incremento delle tassazioni, il governo di Chavez reagisce alla crisi dando nuovo impulso all’economia.

 

Il Brasile di Lula e l’Argentina dei Kirchner

Non sono da meno anche gli altri leader sudamericani che ora si trovano a combattere contro il cancro. Tutti loro si sono coalizzati a favore del popolo, sfidando apertamente il Fondo Monetario Internazionale; hanno nazionalizzato banche, greggio e oro, hanno accusato la politica estera statunitense, hanno riformato il proprio Paese, abbattuto la povertà, rilanciato l’economia, ostacolato il controllo nordamericano… Hanno intrecciato solide relazioni con i Paesi avversari degli USA: Russia, Cuba e Cina in testa.

Dopo aver saldato il debito del Paese di 41,5 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale, Lula ha traghettato il Brasile fuori dalla politica dell’organizzazione, denunciandone pubblicamente i metodi e gli interessi. Quando le insegne sono passate a Dilma Roussef anch’ella si è misteriosamente ammalata di cancro…

Avvolto nel mistero il destino di Christina Kirchner, alla guida del Governo argentino. A inizio gennaio le è stata esportata la tiroide ma dagli esami effettuati non vi sarebbe traccia in realtà di cellule cancerogene. Qua ovviamente il condizionale è d’obbligo perché negli ultimi mesi abbiamo assistito a diverse versioni inerenti alle malattie di Chavez e Lula. Così come per Castro, anche i medici dei leader sudamericani hanno cambiato dichiarazione, dandoli prima per spacciati, poi rettificando. Il medico personale di Chavez dopo aver rivelato che il Presidente sarebbe terminale è stato costretto a lasciare il Paese. Davvero strano che i medici personali dei Presidenti si arrischino a rilasciare interviste sulle condizioni dei loro pazienti, attribuendo loro pochi mesi di vita…

Ora l’enigma riguarda l’altra “ribelle”, Christina Kirchner. Suo marito, Nestor, nel 2005 aveva già denunciato il FMI per aver imposto al suo paese politiche “genocide” che ne avrebbero provocato «una della peggiori catastrofi socio-economiche, quella esplosa alla fine del 2001». Nel discorso pronunciato il 14 aprile alla Fondazione Friedrich Ebert di Berlino, Kirchner aveva spiegato che la catastrofe economica di dieci anni fa era «il prodotto di un modello politico-economico al servizio degli interessi estranei al bene comune, che ha favorito la proliferazione di corrotti, genocidi e ladri».

 

Esperimenti in Guatemala

Nella sua accusa, Chavez fa esplicito riferimento al Guatemala, come esempio di un possibile complotto segreto. Nel 1946 gli USA pensarono infatti di utilizzare un Paese dell’America Centrale per studiare un vaccino contro le malattie sessualmente trasmissibili, gonorrea e sifilide in primis. Il fortunato prescelto fu il Guatemala che, in due anni, venne infettato in massa con la gonorrea perchè i medici statunitensi potessero testare il funzionamento della penicillina. Le cavie umane non furono informate e non diedero quindi nessun consenso alle sperimentazioni. Tra i prescelti vi furono in particolare soldati, prostitute, prigionieri e malati mentali. Su circa 1300 cavie, solo 700 ricevettero qualche tipo di trattamento.

Come ha fatto notare il giornalista Massimo Mazzucco: «Non è un caso che questo sia successo […] sul finire della seconda guerra mondiale, quando la CIA aveva iniziato ad importare e arruolare negli Stati Uniti quei nazisti che appartenevano ad una corrente politica e di pensiero chiamata “eugenetica”. La mentalità è la stessa. Trattare il terzo mondo come animali, come cavie da laboratorio, o come gente che non abbia lo stesso valore degli altri».

Come nel caso del Guatemala, anche l’intera America Latina potrebbe essere un banco di prova per le sperimentazioni dell’intelligence statunitense. La CIA potrebbe aver sviluppato una tecnologia genetica in grado di inoculare il cancro? Potrebbe trattarsi di un’arma elettromagnetica? Oppure l’Agenzia utilizza una rete di infiltrati in grado di avvelenare le vittime su commissione?

Indipendentemente dal metodo utilizzato, se seguiamo l’ipotesi paventata da Chavez, i leader colpiti da cancro potrebbero essere stati “puniti” per le loro politiche ribelli. Una vendetta e una forma di avvertimento, forse, per coloro che intendono disertare le direttive di Washington.

 

Ora tocca all’Ungheria?

Abbiamo ormai capito che cosa succede ai leader che deragliano dai binari degli interessi angloamericani: Iraq, Afghanistan, Libia, Polonia, Norvegia, Grecia, Italia sono gli ultimi esempi in ordine di tempo. Clamorosi attentati, aerei abbattuti, Presidenti destituiti, guerre intraprese dietro a false motivazioni.

Facile immaginare che possa accadere a breve qualcosa all’Ungheria.

Il presidente Victor Orbàn è guardato ora da Washington e Bruxelles come il nuovo Gheddafi mittelereuropeo. La sua colpa? Aver adottato una linea autarchica e aver dato al Paese una nuova costituzione che non piace ai burocrati europei (e americani). La Carta, entrata in vigore il 1 gennaio di quest’anno, introduce riforme molto controverse della Banca centrale, della giustizia e della legge elettorale, necessarie per salvare il Paese dalla bancarotta. Per non parlare di una serrata politica anti OGM che ha sollevato l’indignazione delle industrie degli alimenti geneticamente modificati.

Orbàn ha adottato una forma di statalismo, scagliandosi a 360 gradi contro le multinazionali straniere: il suo obiettivo è rinnovare il capitalismo ungherese, sganciandolo parzialmente dal sistema internazionale. Non è contrario agli investimenti dall’estero, ma vorrebbe che siano produttivi, preferendo dunque i prodotti di uso comune all’ingerenza delle Banche.

Ma se le linee guida non piacciono ai Gruppi di potere, sappiamo a priori che fine farà colui che le ha ispirate…

 

i 7 gennaio 2012.

iihttp://www.youtube.com/watch?v=j8M269lzwgg&feature=player_embedded#!

iii A sud del confine, documentario di Oliver Stone, 2009.

iv http://www.youtube.com/watch?v=C9lojGD-y8w

v Marzo 2009: «Annuncio la nazionalizzazione della Baca del Venezuela, per dare maggiore forza al sistema bancario pubblico, e per dare maggiore impulso a una politica di sviluppo economico e sociale».

GHEDDAFI: I MISTERI DELLA MORTE DEL COLONNELLO

di

Enrica Perucchietti

 

È morto tra le macerie del suo sogno politico, della sua utopia fatta di sangue e resistenza. Del sangue della rivoluzione, delle guerre, degli omicidi “politici”. Della resistenza al capitalismo occidentale, all’integralismo islamico, ai complotti della CIA, ai missili francesi, al modello di democrazia Made in U.S.A. Tentando di tradurre in realtà il suo Libro Verde, con la teoria del Terzomondismo. Il Colonnello Muhammar Gheddafi è rimasto fedele fino all’ultimo a quel personaggio shakesperiano che si era cucito addosso: ci sono voluti dei ribelli – giovani, grezzi, sconosciuti e irripsettosi - per gettare nella polvere un quarantennio di storia, senza il rispetto che una vita umana dovrebbe comunque avere, senza la deferenza che perfino noi gli attribuivamo alla vigilia del conflitto. Così abbiamo creduto, almeno finora, tra chi ha esultato e sfregiato il corpo di uno dei massimi protagonisti della storia del XX secolo, e chi invece si è reso conto che con lui moriva l’ennesimo pezzo di indipendenza al servilismo americano. Un servilismo mascherato da “democrazia”, termine vuoto per indicare la teoria dell’eccezionalismo americano che giustifica l’espansionismo di un Impero ormai al collasso che per sopravvivere non può che espandersi ai danni di altre nazioni.

Eppure, neanche il disprezzo dimostrato dai ribelli ha intaccato la figura del combattente che non è scappato con la cassa o si è travestito da straniero per fuggire all’estero: nessun cappotto ha mascherato il raiss, che ha preferito farsi uccidere piuttosto che lasciare il suo Paese. Altro che Mussolini! Ma noi occidentali con una memoria storica sempre troppo breve abbiamo negato al dittatore il processo che meritava, forse per mettere a tacere la sua verità. Abbiamo delegato un gruppuscolo di combattenti dell’ultima ora a ucciderlo e deriderne la salma per non macchiarci le mani di altro sangue. Perché se la storia la scrivono i vincenti, non c’è spazio per personaggi scomodi ma immensi – nel bene e nel male - come il Colonnello: si preferisca lasciar vivere umenicchi farseschi e senza midollo come i vari Mubarack o Ben Alì, la cui ingordigia si è dimostrata all’altezza solo della loro viltà.


Giustiziato un sosia al posto di Gheddafi?

Ma se il corpo che si vede deriso, torturato e giustiziato nei video che hanno fatto il giro del mondo su youtube, non appartenesse invece al Colonnello? Se gli fosse stata data la possibilità di fuggire o se fosse stato già ucciso chissà dove, o se al contrario fosse ancora vivo ma incapace di fermare l’avanzata dei ribelli?

Nelle ore successive alla notizia della morte del Colonnello, alcuni siti stranieri hanno infatti ribattuto la notizia che a essere stato ucciso dai giovani ribelli non sarebbe stato il raiss ma uno dei suoi 12 sosia, il più famoso: Ahmid. La notizia è rimbalzata prontamente su facebook, abilmente censurata nel giro di mezz’ora dai server dietro la scusa di un virus che avrebbe potuto intaccare chiunque si fosse connesso ai siti che ne avevano battuto la notizia. Così anche molti messaggi di cordoglio sono stati misteriosamente “censurati” dai social network. Solo un paio di giorni dopo si sarebbero diffusi alcuni scatti che avrebbero rimesso in discussione la versione ufficiale sulla morte del Colonnello.
Così il sito http://sitoaurora.splinder.com ha messo a confronto gli scatti del presunto raiss giustiziato dai ribelli con delle foto precedenti di Gheddafi: a destare i sospetti che non si trattasse in realtà del Colonnello sono in particolare due dettagli, il naso e la pelle. Innanzitutto il naso dell’uomo ferito e poi giustiziato dai ribelli non è aquilino come quello tipico dei beduini e appare evidente che sia stato sottoposto a un intervento chirurgico per smussare la punta e limare l’arcata. Il naso dell’uomo, dunque, seppur colpito in pieno viso, non sembra essere quello di Gheddafi, aquilino appunto. Lo si può notare chiaramente confrontando due foto precedenti di Ahmid e del Colonnello di profilo quando erano entrambi vivi.
In secondo luogo, la pelle del torace che viene ripresa quando i ribelli lo trascinano per terra e gli alzano la maglia, non può appartenere a un uomo di settant’anni, ma al massimo a un cinquantenne, età che corrisponderebbe a quella del sosia Ahmid. A parte la pinguedine, la pelle del corpo è troppo liscia, soda e senza rughe per poter essere del raiss. Inoltre nel 1971 il Colonnello era stato sottoposto a un’operazione di appendicectomia (non in laparoscopia), ma sull’addome del cadavere non risultano le cicatrici per il taglio. Così come sul braccio destro portava i segni dello scoppio di una mina italiana che causò il suo ferimento e la morte di un suo cugino, cicatrice che però non sembra vedersi nelle foto e nei video che sono stati diffusi. La mancanza di un’autopsia in questo caso non potrà che far passare tutti questi dubbi sotto silenzio. Dalle foto pubblicate anche i capelli – nonostante sia risaputo che Gheddafi se li tingesse – suscitano dei dubbi, in quanto sembrano naturalmente di colore marrone chiaro senza la ricrescita bianca che faceva capolino dalla chioma bruna del Colonnello. Ma l’elemento più inquietante è il fatto che il video che immortala la salma di Gheddafi trascinato a forza sul pick up dei ribelli sia stato postato su youtube il 19 ottobre alle 15.51, ovvero il giorno prima della sua presunta morte, il 20 ottobre! Com’è possibile?
Gli indizi sono davvero troppi per non destare almeno dei dubbi più che legittimi sull’operazione che è stata portata avanti dalla NATO nonostante i Media ci abbiano voluto far credere che un gruppuscolo di rozzi ribelli possa aver “trovato” il Colonnello (ben rasato e pulito) in una fogna…
Si tratta forse dell’ennesimo false flag, dell’ennesima falsa operazione atta a imbrogliare l’opinione pubblica per destituire il raiss assecondando così la volontà del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton che ne aveva chiesto la “testa”?
La possibilità che la vittima fatta passare per Gheddafi fosse in realtà Ahmid, il sosia più noto del raiss che «era presente a Villa Pamphili, a Roma, mentre cenava assieme a Tronchetti-Provera e Afef» è in questo senso quella più accreditata dai siti che urlano al complotto.


Da Saddam al Colonnello
E a proposito di sosia, il pensiero corre subito a un altro raiss che amava circondarsi per sicurezza di sosia modellati a sua immagine grazie al ricorso alla chirurgia plastica: Saddam Hussein, detronizzato e giustiziato (almeno dietro un processo farsa) con una modalità troppo simile a quella applicata anche a Gheddafi, ma che, come ho spiegato nel mio libro, L’altra faccia di Obama, ricalca in pieno il cosiddetto “metodo Milosevic”. La strategia del ribaltamento della diplomazia ha precedenti nel conflitto in Serbia quando la “guerra giusta” era quella contro Milosevic, poi si passò all’Iraq contro l’ex alleato Saddam Hussein, dietro la falsa notizia di armi di distruzione di massa. Come ha fatto notare nove mesi fa all’inizio del conflitto in Libia il giornalista Enrico Mentana, il modello è proprio quello del «trattamento Milosevic usato dodici anni fa precisi: improvvisamente si decise che il presidente serbo era da rimuovere, ed esplose l’emergenza in Kosovo. Sto ancora aspettando un resoconto reale delle fosse comuni che dovrebbero documentare la pulizia etnica di Milosevic ai danni dei kosovari. Intanto però con il beneplacito della comunità internazionale, al vertice del nuovo Kosovo ci sono trafficanti di armi e droga» (Vanity Fair, 30 marzo 2011). Anche se nel caso del presidente serbo si parlò di migliaia di cadaveri gettati in fosse comuni, stime mai ufficializzate, come ricorda Mentana. Allo stesso modo si è parlato di fosse comuni con i cadaveri dei ribelli libici, quando recentemente sono emerse semmai le violenze del CNT e della NATO ai danni dei lealisti. Secondo il Voice of Russia solo a Sirte sarebbero stati trovati i corpi di 267 lealisti torturati e uccisi, e di 53 ufficiali giustiziati. Anche per far fronte al moltiplicarsi di violenze e saccheggi ad opera dei ribelli di Bengasi, nonostante la notizia della morte dei raiss, molta gente si starebbe unendo alla resistenza anti-CNT. Governo di transizione che, lo ricordiamo, non ha perso occasione per dichiarare l’introduzione della sharia (la legge islamica) in un Paese che, governato in modo laico per 42 anni da Gheddafi, aveva visto l’estromissione di ogni genere di fanatismo religioso. Fino ad oggi.
Ma come ha ben fatto notare il Segretario scientifico presso l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (ISAG)Daniele Scalea, sul sito www.eurasia-rivista.org, le analogie con il raiss iraqueno non si fermano qui, e neppure ai rapporti di amicizia che entrambi avevano intrecciato con gli USA e l’Europa, una “luna di miele” interrotta bruscamente quando la geopolitica e gli interessi economici dei Paesi occidentali hanno ritenuto anacronistica – o semplicemente non più utile - tale alleanza. Come scrive Scalea, «Saddam Hussein, infatti, negli anni ’80 conduceva una lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iràn rivoluzionario, forte dell’appoggio esplicito della NATO. Certo non sapeva che, mentre i paesi della NATO lo rifornivano delle armi necessarie a combattere gl’Iraniani, gli USA – tramite insospettabili triangolazioni con Israele e il Nicaragua – garantivano un trattamento non dissimile, anche se celato nell’ombra, a Teheran. Ma in quel frangente Hussein accoglieva sorridente e fiducioso gli stravaganti doni (inclusi degli speroni d’oro) che gli portava dagli USA l’inviato speciale di Reagan in Medio Oriente. Costui si chiamava Donald Rumsfeld; vent’anni più tardi avrebbe guidato, come segretario alla Difesa, l’invasione dell’Iràq e la deposizione del presidente Hussein. Gheddafi, dal canto suo, dopo una lunga carriera da rivoluzionario anti-imperialista, ha intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli USA e l’Europa negli anni ’90, quando il crollo dell’URSS e l’inizio della fase unipolare d’egemonia statunitense lasciavano pochi spazi di manovra (persino ai condottieri fantasiosi e imprevedibili come lui). Mandava il suo figlio e delfino Saif al-Islam a studiare a Vienna e poi alla London School of Economics, esperienze da cui rientrava come fautore delle riforme neoliberali nella socialista Jamahiriya libica. Mu’ammar Gheddafi accettava la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e l’esborso dei conseguenti indennizzi. Ma soprattutto, stringeva rapporti politico-economici sempre più vincolanti con paesi della NATO, come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Ma non solo. Malgrado mantenesse la sua verve polemica verso gli USA, denunciandone il comportamento in Iràq ed impegnandosi, tramite il progetto dell’Unione Africana, a respingerne il neocolonialismo nel continente nero, faceva proprio degli Stati Uniti d’America il principale beneficiario degl’investimenti esteri di capitali libici1». Già. Perché neppure gli onori tributati in Italia e Francia con tanto di baciamano o accordi per fornire missili ed equipaggiamento militare al Colonnello (da parte della Francia) hanno fermato il cambio di rotta che sulla falsa scia di fantomatici diritti umanitari negati ha scatenato la nuova Crociata contro l’ex amico di turno.

Se il piccolo Napoleone guida la Crociata

Sul fronte Libia nulla è cambiato rispetto alle dinamiche geostrategiche del passato. Si è deciso che l’ennesimo ex alleato dovesse essere eliminato e vedremo tra poco perché, come se di punto in bianco il vecchio Colonnello avesse invertito l’andamento di marcia da sovrano illuminato a oppressore! Si è deciso che in Libia ci fosse una rivoluzione democratica contro un dittatore divenuto di punto in bianco un “sanguinario”, che la popolazione (fomentata dalla CIA come il resto della cosiddetta “Primavera araba”) avesse bisogno dell’aiuto umanitario e che fosse così necessario “liberare” il popolo libico – rappresentato in TV dagli scalcinati e volgari ribelli di Bengasi, non certo dai vecchi e più saggi ribelli beduini… - da quel tiranno che perfino a pochi mesi prima veniva accolto come un amico e che veniva indicato (si veda il nostro ministro Frattini) come un modello da seguire per l’Africa. Ma l’ipocrisia bellica non riguarda solo l’Italia. La Francia, infatti, ancor più dell’Italia, ha lestamente nascosto sotto il tappeto le prove dell’amicizia con il leader libico. Non si capisce che cosa abbia tramutato il novello Napoleone francese in un fervente sostenitore della liberazione del suolo libico, se non la bramosia di potere. Chapeau. Davanti a tanta fermezza nel sostenere ed esportare la democrazia. Chapeau. Non fosse che nel vicino dicembre del 2007 il nostro Sarkozy aveva suscitato un polverone per l’accoglienza tributata proprio a Gheddafi: una visita di cinque giorni all’insegna degli onori e del libretto degli assegni. Quando la realpolitik chiama, il sangue versato per i “diritti umani” smette di urlare dal suolo francese…

Primo Paese occidentale ad accogliere il leader libico, la Francia ha onorato l’evento con ricevimenti ufficiali, e ben due incontri a tu per tu con Sarkozy, all’epoca deciso a diventare il «principale sponsor del ritorno della Libia nel novero dei Paesi frequentabili e a far approfittare le imprese francesi dei rapporti privilegiati instaurati con Tripoli»2. In Italia abbiamo avuto un gran parlare della “personalizzazione” del rapporto tra Berlusconi e Gheddafi. Del baciamano, del rimborso tributato al Colonnello, delle follie che gli sono state concesse quali la lezione di Corano alle biondissime hostess pagate dai contribuenti italiani. Ma ci siamo dimenticati la tenda beduina personale di Gheddafi installata nel giardino dell’Hotel de Marigny, la residenza degli ospiti d’onore dell’Eliseo, il dispositivo di sicurezza eccezionale, la visita privata a Versailles, la battuta di caccia. Ci siamo dimenticati soprattutto, perché al piccolo Napoleone faceva comodo che ce ne dimenticassimo, dell’accordo da 10 miliardi di euro stipulato per la «cooperazione nel settore dell’energia nucleare a uso civile» ma soprattutto per i «negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di equipaggiamento militare». Tradotto: a parte la «fornitura di uno o più reattori nucleari […] per il sostegno alle attività di prosperazione e sfruttamento dei giacimenti di uranio», la Libia ha acquistato dalla Francia 14 caccia Rafale e 35 elicotteri da combattimento francese per un valore di 5,4 miliardi di euro. Per non parlare dell’acquisto di 21 aerei di linea della Airbus, per altri 3,2 miliardi di euro. La Francia ha armato Gheddafi. Che cosa credeva Sarkozy, che gli elicotteri da combattimento servissero a Gheddafi per la caccia alla volpe?

Ma poco più di tre anni fa i diritti umani sul suolo libico non erano un problema per Sarkozy. Forse i 10 miliardi di euro pagati dal Colonnello hanno messo a tacere la coscienza del Presidente francese, o forse nove mesi fa la realpolitik ha richiesto un nuovo tributo alla coscienza dei nostri politici: armare i ribelli per mettere le mani sul petrolio libico.

Il peccato del Colonnello

Il peccato di Gheddafi non è “originale”. Non è stata infatti una “mela” a far precipitare dall’empireo degli Alleati il Colonnello, seppur il modello del suo Paese abbia infastidito non pochi in questo quarantennio. La colpa è semmai più recente. Innanzitutto Gheddafi ha scelto di non partecipare ad AFRICOM, uno dei nove comandi del Pentagono per controllare l’Africa e il bacino del Mediterraneo.

Oltre a essere classificata nona come regione al mondo con 42 miliardi di barili di petrolio, la potenzialità del suolo libico non sfruttata sembra essersi rivelata ben maggiore con le grosse quantità di gas. “Controllo del petrolio e si controllano le nazioni, controllo alimentare e si controllano le persone” dichiarava 40 anni fa Henry Kissinger, altro incomprensibile Premio Nobel per la Pace predecessore del novello pacifista per bombardamenti Barack Obama. Più che ipocriti due ossimori viventi… E chi controllerà ora il petrolio libico? La British Petroleum, la francese Total e l’americana Chevron. Non sperate neppure per un momento di ingordigia che l’ENI possa entrare a far parte della cricca di chi si spartirà l’oro nero! L’ENI ha perso le concessioni a favore di BP, Total e Chevron.

Veniamo al sodo, ciò che interessa i mercati finanziari: Gheddafi aveva detto no a una Banca Unita africana, anzi, aveva avviato una gold standard, facendo ricorso all’uso di denari d’oro ed emancipandosi così dalla Federal Bank o dalla BCE. Proprio dopo che la Cina aveva annunciato il conio dello Yaun d’oro3.

Stando infatti ai dati del FMI, la Banca Centrale libica di Gheddafi (che era pubblica e non privata) possedeva 144 tonnellate di oro nei suoi forzieri. Educazione e assistenza medica gratuite. Le coppie che si sposavano ricevevano l’equivalente di 50 mila dollari in fondo perduto e un appartamento. Ciò che confonde è infatti la decisione dei Ribelli, ancora prima di costituire un governo provvisorio, di istituire la Banca Centrale di Libia, privata e non pubblica come quella di Gheddafi… Confonde o forse chiarisce la regia occulta dietro una manciata di uomini aizzati dalla CIA?

Quando la Libia non aveva debito pubblico

La banca di Gheddafi, pubblica, stampava moneta e prestava denaro allo Stato senza interessi per finanziare le opere pubbliche, tra cui il famoso fiume sotterraneo artificiale che utilizza le acque fossili del Sahara per irrigare l’area agricola del Nord ella Libia – che tra l’altro era esentasse… Una banca pubblica, prestando denaro a interesse zero, riduce grandemente il costo dei progetti pubblici di investimento, riducendo fino al 50%.

La politica adottata da Gheddafi era dunque l’opposto del sistema occidentale e americano – dove peraltro nonostante l’Obamacare la sanità non sarà mai pubblica come da noi. Il mondo occidentale fa pagare la maggior parte dei servizi – vedasi l’America – e ha inoltre privatizzato le banche centrali che fanno pertanto pagare gli interessi allo Stato al quale forniscono i fondi. Per questo la Libia, a differenza degli altri paesi africani, non era fino ad oggi indebitata con la Banca Mondiale o con il FMI: in questo senso, come ha fatto notare Marcello Pamio, Gheddafi poteva dettare le regole e non subirle. Il che non poteva che costituire una minaccia per l’espansionismo americano – soprattutto in vista dell’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Gheddafi aveva inoltre proposto di creare una moneta unica africana, il Dinaro Oro, come valuta dei Paesi aderenti all’Unione Europea. Moneta d’oro in sostituzione della moneta cartacea. Una moneta dal valore indicato dalla quantità d’oro, non legata a un ipotetico valore come le banconote. Un po’ come il dirham d’argento della Malesia. Una moneta dal valore reale.

L’utopia era davvero vicina a concretizzarsi.

La rovina del dollaro e dell’euro: il Dinaro Oro

Il dinaro d’oro avrebbe rischiato di mettere al bando e di svalutare il dollaro americano e l’euro, divenendo la moneta più apprezzata nel mondo africano e arabo per gli scambi commerciali. Come metalli preziosi con un valore intrinseco, l’oro e l’argento sono necessariamente più resistenti alle fluttuazioni del mercato e alla svalutazione, in confronto al dollaro e all’euro. Nel progetto del Colonnello c’era anche quello di utilizzare la nuova valuta per i pagamenti delle risorse energetiche, prima tra tutte il petrolio. In questo modo il dinaro d’oro avrebbe impoverito l’economia di quelle nazioni che ancora utilizzano dollari ed euro negli scambi. In sintesi, il dinaro d’oro avrebbe sovvertito il signoraggio bancario basato su un criterio monetario fasullo e non più in mano agli Stati ma a super banche sopranazionali e private.

A commentare il progetto a lungo caldeggiato da Gheddafi, il dottor James Thring, del Ministry of Peace and Legal Action Against War: «È una di quelle cose che devi progettare in gran parte al segreto perché, appena dirai che hai intenzione di passare dal dollaro a qualcos’altro, sarai considerato un obiettivo da colpire […] Ci sono state due conferenze che avevano questo come oggetto, nel 1986 e nel 2000, organizzate da Gheddafi. Tutti erano molto interessati, la maggior parte degli Stati Africani era entusiasta». E non stentiamo a crederlo. Avrebbero venduto petrolio e le altre risorse in dinari d’oro, spostando l’ago della bilancia dell’economia mondiale, perché il valore di una nazione sarebbe dipeso dall’oro conservato nei propri forzieri e non da quante banconote scambiate. Ciò avrebbe costretto i Paesi occidentali a dotarsi di una scorta di dinari d’oro, mentre la Libia con i suoi 3,3 milioni di abitanti ne possiede 144 tonnellate. Il Regno Unito ne ha il doppio ma con una popolazione dieci volte superiore.

Anche il fondatore del Daily Bell, Anthony Wile, ha posto l’accento sui rischi ai quali andava incontro Gheddafi con questa rivoluzione monetaria: «Se Gheddafi avesse l’idea di riprezzare il petrolio o qualsiasi altra cosa il Paese riesca a vendere sul mercato globale e accettare qualsiasi altra divisa o addirittura lanciare una moneta d’oro, una mossa del genere non sarebbe certo bene accetta dall’elite al potere, che è responsabile del controllo delle banche centrali mondiali». Wile ha concluso la sua disamina con una profezia che si è tristemente avverata: «Sì, sarebbe certamente una cosa che potrebbe provocare una sua immediata deposizione e la ricerca di altre ragioni che possano giustificare la sua [di Gheddafi n.d.a] rimozione dal potere». E le ragioni le abbiamo trovate proprio grazie al vento di “libertà” che ispira la famigerata Primavera araba – che più che democrazia sta portando al potere i Fratelli Musulmani e i fanatici che ci siamo “impegnati” tanto a bombardare dopo l’11/9… Venti sobillati da agenti CIA. Venti che spingono verso la restaurazione dell’ordine voluto dagli USA e dall’UE. E dire che noi, ossimori viventi, ci impegniamo da ben dieci anni a debellare i talebani perché troppo fedeli alla sharia

Verso uno Stato Africano Unico

Non è tutto. Come ricorda Marcello Pamio in www.disiformazione.it, Gheddafi si era spinto così oltre da proporre la creazione di un Stato Africano Unito. Il progetto che avrebbe affiancato e inglobato il dinaro oro è stato ovviamente osteggiato dalle lobby politico-economiche. In Europa si era alzato il grido di allarme proprio tramite Sarkozy che aveva dichiarato: «I libici hanno attaccato la sicurezza finanziaria del genere umano», anche se forse il Presidente francese non aveva ben chiara la distinzione tra lobbisty e genere umano…

Come ha osservato Marcello Pamio, «Gheddafi ha in pratica deciso di ripetere i tentativi del generale francese De Gaulle, di abbandonare […] il dollaro, e tornare all’oro. Verso la metà degli anni ’60 infatti il generale De Gaulle con l’aiuto di un influente monetarista francese, Jacques Reuf, denunciò la pericolosa egemonia del dollaro, proponendo per questo il ritorno all’oro come mezzo di regolazione delle transizioni internazionali (abbandonò anche la NATO)». In modo ovviamente diverso, ma sulla strada possibile dell’emancipazione della carta straccia del dollaro avviata da De Gaulle, Gheddafi ha tentato di attaccare il sistema bancario internazionale, senza forse rendersi conto del cul del sac in cui si stava spingendo. O, forse, annebbiato dal potere che deteneva da quarant’anni ha pensato di potersi permettere una mossa talmente azzardata che gli è infatti costata il Governo. E la vita. Forse. Perché se il destino della Libia è ormai segnato, forse qualcuno preferirà credere che la vittima dei ribelli non fosse, in fondo, il Colonnello…

 

1 http://www.eurasia-rivista.org/il-prossimo-nobel-per-la-pace/11733/

2 La Stampa.it (11 dicembre 2007).

3 Marcello Pamio, Gheddafi, Finmeccanica, petrolio, aqua e Dinaro…, www.disinformazione.it, 30 marzo 2011

DIETRO L'OMICIDIO INSOLUTO

DI OLOF PALME

di

Enrica Perucchietti

 

23 dicembre 1972. La violenza ha trionfato, constata con amarezza alla radio il leader del partito Socialdemocratico svedese Olof Palme, condannando con fermezza il bombardamento americano su Hanoi, in Vietnam e suscitando per l'ennesima volta l'ira di Washington.

28 febbraio 1986. Un killer mai identificato uccide a sangue freddo Olof Palme in un agguato. La violenza ha trionfato, ancora, trascinando con sè l'enigma di un'altra morte "di Stato" su cui aleggerà l'ombra della CIA. Una morte paragonabile a quella di Kennedy sulla quale, in modo simile, molteplici insabbiamenti giocarono un ruolo fondamentale nel renderla tanto misteriosa quanto inesplicabile.


Il Giano svedese

Nessuno in Occidente, e tanto meno in Svezia, fu applaudito e dall'altra parte osteggiato con tanta violenza quanto Olof Palme. Salutato come un novello John Kennedy, Palme ha concentrato su di sè emozioni e giudizi diametralmente opposti, al limite del comprensibile, come se la sua figura potesse sfuggire in realtà a qualsiasi classificazione. Il leader svedese sapeva sfruttare al meglio i media e nessuno, neppure gli stranieri, rimase immune al suo carisma. Su Palme, così come su JFK è stato detto tutto e il contrario di tutto, al limite della schizofrenia: che fosse un idealista o all'opposto un pragmatico, un riformatore o al contrario un burocrate, un utopista o un opportunista. I suoi sforzi per rendere concreta, reale l'idea che aveva in serbo per il suo Paese ha fatto dire ad alcuni che avrebbe realizzato in Svezia, invece, una distopia in cui si sarebbe infiltrato il collettivismo burocratico. Grande oratore, proprio come Kennedy, è stato anche additato come un uomo ossessionato dai media, dal temperamento appassionato o all'opposto come un politico dimesso e sostanzialmente vuoto. Uno stratega lungimirante o un amministratore di corte vedute. Al soldo della CIA o agente del KGB.

Nessuno in Occidente ha concentrato su di sè visioni così contrastanti, rimanendo sempre in balia di forti passioni. Pacifista, sostenitore dei diritti civili e dell'emancipazione femminile, Palme come Kennedy, ha proiettao un'immagine di sè simile al Giano bifronte, così sfuggente e incomprensibile, da sembrare doppio.


Chi era Olof Palme

Di origini agiate, Palme si distinse dai suoi colleghi svedesi per il piglio pragmatico, ruvido ma pacifista, lungimirante, soprattutto coraggioso e per le nette scelte di campo: già primo ministro dal 1969 al 1976, Palme fu l’unico nell’Europa occidentale ad opporsi alla guerra in Vietnam, a denunciare aspramente la politica dell’apartheid in Sud Africa e le complicità dei paesi “democratici”, infine, a chiedere la fine della proliferazione delle armi nucleari. Successivamente si batté per impedire l'esportazione di armi delle aziende svedesi in Medio Oriente per il conflitto Iran-Iraq.

Nel 1972, durante il discorso radiofonico di Natale tenne un breve ma memorabile intervento contro il bonbardamento di Hanoi che Palme equiparò alle maggiori atrocità della storia: «Bisognerebbe chiamare le cose con i loro nome – esordì – Quello che sta accadendo in Vietnman è una forma di tortura. Non possono esserci ragioni militari per i bombardamenti [...] quello che gli americani fanno è infliggere sofferenze alle persone, ferire una nazione, per umiliarla e costringerla alla capitolazione di fronte al linguaggio della forza. Per questo i bombardamenti sono un crimine». Questa sua presa di posizione pubblica fece infuriare Nixon che dedicò al leader svedese un epiteto non ripetibile in questa sede.

Palme non ricorreva a giri di parole per esprimere le sue idee. La passione che metteva nel lavoro traspariva nei suoi discorsi, divenuti per gli addetti ai lavori mitici quanto quelli di Kennedy. Nella sua carriera Palme non risparmiò critiche per nessuno, rendendosi così pericoloso agli occhi dei governi "totalitari".


L'agguato

L'omicidio, il primo del genere nella storia della Svezia moderna, fu un grande trauma nazionale e politico; avvenne nel pieno centro di Stoccolma in via Sveavägen mentre Palme stava rientrando a casa insieme alla moglie Lisbeth dopo essere stato al cinema. La coppia era appena uscita da un cinema dove aveva visto I fratelli Mozart, film della regista svedese Suzanne Osten. La scorta in quel momento non c’era: «Olof amava la sua libertà, e spesso mandava via la scorta armata e facevamo vita uguale a quella degli altri», ammise più tardi la moglie per giustificare quell’assenza che fece tanto discutere e sospettare alcuni di un infiltrato all'interno della cerchia di amicizie del leader svedese. La morte di Palme fu ufficialmente dichiarata il 1 marzo, appena sei minuti dopo la mezzanotte. Anche la moglie fu ferita, ma senza riportare gravi conseguenze.

L'istruttoria processuale per il suo assassinio è stata la più lunga e la più costosa mai portata avanti in Svezia. Un sospettato, Christer Pettersson, fu sottoposto a processo con l'accusa di essere il colpevole e condannato all'ergastolo dalla Pretura di Stoccolma, ma fu successivamente prosciolto nel 1998 dalla Corte d'Appello per mancanza di prove: morì per problemi di droga nel 2004.

Tra le diverse ipotesi riguardanti il movente e il mandante dell'omicidio, lo scrittore portoghese Luís Miguel Rocha nel libro La morte del Papa, avanzò la teoria del complotto orchestrato dalla P2 insieme al Vaticano – allora il pontefice era Papa Giovanni Paolo I – e al primo ministro portoghese Francisco Sa Carneiro.

In Italia, invece un'inchiesta del TG11 curata da Ennio Remondino e andata in onda nell'estate del 1990, si occupò di accertare la pista dell'intrigo internazionale che portava alla CIA, P2 e al traffico internazionale di armi.


L'inchiesta di Remondino

Il 25 febbraio, tre giorni prima dell'omicidio di Palme, infatti, dal Brasile un collaboratore di Licio Gelli aveva inviato un telegramma a Washington a Philip Guarino, un alto esponente del Partito repubblicano vicino a Bush, in cui faceva riferimento “all'albero svedese” che sarebbe stato abbattuto. Il testo citava: «Dì al nostro amico che l'albero svedese sarà abbattuto».

Secondo l'interpretazione del giornalista svedese Olle Alsen del quotidiano “Dagens Nyheter”, il telegramma avrebbe fatto riferimento proprio all'omicidio di Palme: Gelli, cioè, avrebbe avvertito Guarino in modo da comunicare alla Casa Bianca dell'attentato che sarebbe avvenuto tre giorni dopo. La pista che dalla CIA portava così in Italia alla P2 aveva come movente il pacifismo di Palme che, opponendosi al finanziamento occulto di armi al conflitto Iran-Iraq, rischiava di intralciare non solo il traffico di armi verso il medio Oriente, ma anche la strategia della tensione in quella regione che aveva come uno dei suoi obiettivi l'abbattimento del prezzo del petrolio. Questa pista riguardava le forniture d'armi dell'industria svedese Bofors-Nobel sia a Teheran (nella guerra Iran-Iraq) sia all'India, attraverso tangenti versate al leader indiano Rajiv Gandhi, amico di Palme. Secondo alcune fonti, Palme sarebbe venuto a conoscenza di tali «movimenti» proprio la mattina del giorno dell'omicidio, e la sua eliminazione sarebbe stata programmata da tempo nel caso in cui avesse scoperto tali movimenti, contro i quali era fermamente contrario.

Uomo chiave al centro della pista si sarebbe rivelato un ex agente CIA, Ibrahim Razin come indicato da Alsen. Razin, avvicinato da Remondino fece il nome del faccendiere italiano Francesco Pazienza, vicino all'ambiente dei servizi e coinvolto in molte inchieste giudiziarie tra le quali lo scandalo del Banco Ambrosiano. Intervistato a La Spezia, Pazienza svelò la vera identità di Razin: agente "Y", alias Oswald Le Winter, ex generale di brigata dell'esercito americano e supervisore della Gladio europea e dell'operazione Phoenix. Razin si era sottoposto a un intervento di chirurgia plastica e quando si fece intervistare da Remondino in un hotel di Ginevra, come precauzione occultò il suo volto con la federa di un cuscino.

Razin raccontò alle telecamere di RAI1: «Nell'estate del 1985 interrogai un capo molto della mafia americana, di cui non posso rivelare il nome2, il quale mi disse che il telegramma fu inviato da Gelli a Philip Guarino, che all'epoca era tra gli esponenti più in vista del circolo repubblicano di Bush […] l'FBI ha aperto un'indagine in questione […] è stato inoltrato da una regione meridionale del Brasile da un uomo di nome Ortolani3 su indicazione di Licio Gelli».

Razin raccontò inoltre che l'americano Michael Tawney, killer della CIA, era arrivato a Stoccolma una settimana prima dell'omicidio di Palme, proprio per predisporre i dettagli dell'operazione. Razin rivelò anche il movente dell'omicidio: Palme era contrario al traffico di armi e al finanziamento dell'intervento Iran-Iraq. In quel periodo si inseriva inoltre la mancata liberazione degli ostaggi americani sotto Khomeini che secondo Razin sarebbe avvenuta per spingere l'opinione pubblica pubblica a “scaricare” Carter ed eleggere al suo posto il repubblicano Reagan. In cambio agli Iraniani furono concesse armi una volta insediatosi il nuovo presidente alla Casa Bianca. Da ricordare che l'allora consigliere nazionale per la sicurezza sotto Carter era Zbigniew Brzezisnki, sostenitore dei mujaheddin in Afghanistan in chiave anti sovietica (e dunque finanziatore di Osama bin Laden), e ora mentore del Presidente Obama...

Dopo l'incontro con Razin, Remondino e il suo operatore, Claudio Speranza, raggiunsero l'ex contractor della CIA, Richard Brenneke, nella sua casa nascosta nei boschi dell'Oregon. Brenneke mise a disposizione della troupe intere casse di documenti scottanti che Remondino fotocopiò e di ritorno dagli USA consegnò alla magistratura. Tra le carte sarebbero emersi i nomi di banchieri svizzeri e dirigenti della NATO che avrebbero avuto un ruolo nella cospirazione che potò all'omicidio di Palme.

Brenneke, come Razin, accreditò la pista che dalla CIA portava alla P2 di Gelli. Brenneke raccontò di conoscere quest'ultimo molto bene, anche se in realtà Gelli non sarebbe mai stato il vero capo della P2: avrebbe ricevuto ordini dalla Svizzera e dagli USA. L'ex collaboratore della CIA spiegò inoltre che l'Agenzia sovvenzionava clandestinamente la P2 arrivando a consegnare all'organizzazione italiana fino a 10 milioni al mese: ciò rientrava nella strategia della tensione, destabilizzare per stabilizzare in modo da allineare i Paesi europei alla politica stratunitense.

La CIA, secondo Brenneke, utilizzava dalla fine degli anni Sessanta agli anni Novanta la P2 per contrabbandare armi, droga e destabilizzare i paesi europei, creando ad esempio il terrorismo in Italia che fece cadere i governi giudicati “scomodi” da Washington.

Al ritorno della troupe in Italia, la RAI fu denunciata da Licio Gelli, mentre l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga protestò mandando una lettera4 di fuoco al presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Come conseguenza il direttore del TG1 Nuccio Fava fu licenziato e Remondino vide la sua carriera compromessa.

Nonostante la mole di prove e documenti raccolti da Remondino, lo scandalo non portò a nulla. In seguito spuntarono nuove tesi per l’omicidio Palme, tra cui la pista curda (favorita dal Kgb) e poi, nel 1996, la pista sudafricana: in una seduta della “Commissione per la verità e la giustizia” Eugene de Kock, un ex funzionario della polizia sudafricana, sostenne che Craig Williamson, agente dello spionaggio del suo paese, aveva ucciso Palme all’interno dell’Operation Longreach per punire il primo ministro svedese per la sua pubblica battaglia antiapartheid. Anche questa tesi non è stata però suffragata da prove.


Verità in caduta libera

«Quanta verità può sopportare una società democratica?» si domanda invece il criminologo e romanziere svedese Leif G. W. Persson nella trilogia noir La caduta dello Stato Sociale, dedicata all'omicidio di Olof Palme. Grazie alla sua posizione di ex poliziotto, infatti, Persson ha potuto leggere una quantità di dossier riservati, come ha raccontato in un'intervista del settembre 2008 a Mantova a margine del Festival della Letteratura: «Ho potuto consultare il materiale del caso Palme perché ho lavorato per più di trent’anni con la polizia di Stato - è un materiale che non sarà mai accessibile al pubblico. E sì, una parte del libro è verità documentata, una parte è invenzione - volevo esprimere la mia opinione su quanto accaduto. Una terza parte, infine, non so se sia vera o falsa, è una possibilità. È così che funziona un romanzo: prendi la verità e la mescoli con le invenzioni5».
«È il caso più complesso e ancora irrisolto che mai si sia presentato», ha continuato, «ed è raro che non si trovi la soluzione quando la vittima è una persona di quel livello. Ero curioso del caso, volevo scriverne per scrollarmelo dalla mente. Fu un crimine estremamente semplice, ma talmente perfetto che la verità non è stata ancora scoperta. Il fatto che proprio quella sera Palme avesse “licenziato” le guardie del corpo è quello che mi fa pensare a una cospirazione. Palme fu ucciso per motivi politici da persone che avevano buone informazioni sui suoi giri e sapevano come prenderlo».

Persson ha dedicato a Palme l'ultimo volume della sua trilogia, Faller fritt som i en dröm (In caduta libera come in un sogno), in cui spicca la seguente osservazione che dà il titolo al romanzo: «Quando ti trovi di fronte a una verità importante... puoi avere un effetto più devastante di quando scopri una grande menzogna. La verità ti colpisce molto di più di una menzogna. E quando la vedi davanti a te puoi andare in caduta libera come in un sogno. Come in uno di quei sogni orribili6».
Ed è per questo che Persson arriva a domandarsi:
«Quanta verità può sopportare una società democratica?», conscio dei meccanismi di manipolazione che operano in maniera sotterranea a diversi livelli nella società.

Anche Persson svela poco sul possibile sicario, facendosi assertore di una cospirazione partita però “vicino” alla famiglia di Palme, ovvero abbracciando la «pista interna» alla polizia o meglio alla Sapo, i servizi di sicurezza svedesi: l'omicidio di Palme sarebbe avvenuto per “ragion di Stato” in un ambiente a lui avverso e pronto da tempo a eliminare il premier.

Se neppure nell'opera di Persson si raggiunge una certezza in merito al movente, l'autore si dimostra però lucido nel ritrarre l'ambiente politico e sociale in cui si consuma l'omicidio e le sue conseguenze: «Quando, nel 1986, Palme fu assassinato, fu la crisi dello Stato Sociale - dopo ci furono dei governi conservatori-liberali. Se sei dell’idea che la solidarietà sia importante, ti mette tristezza vedere oggi la gente che dorme per strada.
La Svezia ha imboccato la strada materialista, quella della soddisfazione individuale, del raggiungimento di obiettivi individuali. Oggi la Svezia è simile agli stati sulla costa orientale d’America
7».

Un altro romanziere, più famoso di Persson a livello internazionale, ma dal destino meno fortunato, si è occupato delle indagini sulla morte di Palme: Stieg Larsson.


Stieg Larsson indaga sulla morte di Palme

L'autore della trilogia Millenium era infatti un collaboratore di Scotland Yard e consulente del Ministero della Giustizia svedese: dopo l'omicidio di Olof Palme i servizi segreti chiesero la sua collaborazione per le indagini che stavano portando a un nulla di fatto.

Come ha notato l'avvocato Paolo Franceschetti, esperto di massoneria e dell'ordine della Rosa Rossa e Croce d'Oro: «I suoi romanzi dimostrano infatti una buona conoscenza del sistema dei servizi segreti (ad esempio viene ben descritto, nel terzo romanzo, il sistema dei suicidi in ginocchio e degli incidenti, di cui noi abbiamo parlato nei nostri articoli sull'omicidio massonico) e del sistema giudiziario in genere [...] Probabile quindi che si sia spinto troppo in là nel descrivere i dettagli di alcune operazioni segrete; probabile che i suoi romanzi abbiano attinto troppo dalla realtà, e che per giunta, adottando il soprannome di Kalle Blomkvist, volesse far intendere a chi leggeva che stava descrivendo il "sistema" della Rosa Rossa, dal punto di vista di una persona che tale sistema voleva combatterlo8».

Sulla prematura morte di Larsson per infarto sulle scale della redazione, infatti, alcuni ricercatori, hanno sollevato il dubbio di una regia occulta. Franceschetti si dice convinto che Larsson non sia morto per cause naturali ma sia stato ucciso dalla Rosa Rossa: «non tanto per quel che ha scritto, ma per quello che avrebbe potuto scrivere: la verità sul sistema in cui viviamo». Larsson, infatti, aveva ricevuto numerose minacce per la sua attività contro gli estremismi di destra, non a caso in Svezia legati proprio al mondo delle massonerie.

Gli indizi avanzati da Franceschetti a sostegno dell'assassinio sono, in realtà, deboli, ma la pista massonica facente capo alla famigerata Rosa Rossa non manca di fascino e accredita il senso di mistero che circonda la Svezia, terra di logge massoniche, Illuminati e morti insolute:

 

«Primo indizio.
L'autore muore come muore il personaggio del suo terzo libro (La ragazza che giocava con il fuoco). Muore cioè di infarto, nella redazione del suo giornale. Abbiamo detto che questa tecnica è la legge del contrappasso utilizzata dall'organizzazione che si chiama Rosa Rossa.

Secondo indizio.

Nella prima pagina della rivista Expo, ovverossia la rivista da lui fondata e dove esercitava il suo lavoro di giornalista, compare la sua foto con una rosa rossa in mano.

La rosa campeggia da anni insieme alla foto dello scrittore. Potete vederla a questo link:
http://www.expo.se/

 

Terzo indizio.

Il nome del protagonista dei suoi romanzi è Mikael Blomkvist. Costui è conosciuto nel suo ambiente col soprannome di Kalle Blomkvist. Tale soprannome viene da un personaggio di un romanzo di Astrid Lindgren, l'autrice famosa per la saga di Pippi Calzelunghe. Il personaggio si chiama, appunto, Kalle Blomkvist, ed è un ragazzino che capeggia la banda della Rosa Bianca, in perenne conflitto con la banda avversaria della Rosa Rossa.

 

Quarto indizio.

La data rituale. 9.11.2004. Il valore numerico di questa data è 8: giustizia».

 

Franceschetti conclude così, osservando: «Stieg Larsson è stato quindi probabilmente giustiziato. E la regola del contrappasso viene applicata a chi si è macchiato di una determinata colpa; tale tipo di morte dà quindi un indizio per capire il motivo per cui la persona è stata assassinata. E qui la ragione probabilmente deve essere ricercata nei suoi stessi romanzi e non altrove10». Quei romanzi che erano stati ispirati proprio dal mistero della morte di Olof Palme.

 

 

1 http://video.moglik.com/t/remondino-rai.htm

2 Probabilmente Paul Barrio.

3 L'avvocato Ortolani si disse estraneo alla faccenda.

4 Qua si trova la lettera di Cossiga: http://www.scribd.com/doc/38017292/I-Legami-Tra-La-CIA-e-La-Loggia-Massonica-P2-Licio-Gelli-e-Francesco-Cossiga-Brenneke-Droga-Terrorismo-in-Italia

5 http://mondosvezia.forumattivo.com/t908-leif-gw-persson

6 Leif Persson, In caduta libera come in un sogno, Marsilio, 2008.

7 Ibidem.

8 http://paolofranceschetti.blogspot.it/2010/10/il-mistero-dellassassinio-di-stieg.html

10 http://paolofranceschetti.blogspot.it/2010/10/il-mistero-dellassassinio-di-stieg.html



Il magistrato Paolo Ferraro

INCHIESTA.

IL CASO PAOLO FERRARO

di

Enrica Perucchietti

PARTE I

 

Loro? Chi sono Loro, Raymond?” chiede con angoscia il vecchio giornalista a Raymond Shaw un attimo prima che questi lo uccida, nel film del 1962 The Manchurian Candidate.

Potete chiamarli Loro, o rubando l’espressione più prosaica a Webster Tarpley, “compagnia bella”. Non saprete mai chi sono. Coperti da corporazioni, lobby e governi, di destra e di sinistra, manipolano l’opinione pubblica e condizionano le menti di reclute, politici, malati psichici, giovani donne e bambini per poter avere il controllo sull’agenda mondiale e sulla storia.

 

Controllo mentale

In senso più stretto per controllo mentale si intenda una metodologia psichiatrica elaborata negli anni ’50 e ’60 da alcuni programmi sperimentali della CIA (come il noto Progetto MK ULTRA) o inglesi (come il TAVISTOCK) che avevano lo scopo di contrastare la più avanzata ricerca scientifica di Cina, Russia e Corea sul controllo mentale. Da quel che emerge almeno dagli oltre 22 mila documenti statunitensi declassificati e riportati alla luce nel 1977, gli esperimenti facevano ricorso a droghe come LSD, abusi fisici e psichici, radiazioni, elettroshock, e ipnosi. Numerose testimonianze da parte di ex vittime parlano anche di un risvolto “occulto” con abusi sessuali sulle vittime quali stupri e addirittura pedofilia a sfondo satanico per manipolare i bambini. Questo genere di torture non sarebbe però finito nei “mitici” anni ’70 ma si sarebbe raffinato e continuerebbe ancora oggi seguendo un protocollo specifico.

 

Progetto MONARCH

L’eredità del MK ULTRA sarebbe la programmazione Monarch: una tecnica di controllo mentale che comprende elementi del Satanic Ritual Abuse (SRA) e del disturbo di personalità multipla (MPD). Come nei programmi di controllo mentale elaborati dalla CIA, psichiatri e ricercatori di neuroscienze avrebbero continuato i progetti degli anni ’70 elaborando una combinazione di psicologia, neuroscienze e rituali occulti per creare all’interno degli schiavi un alter ego che possa essere attivato e programmato dietro semplici comandi. Gli schiavi della programmazione Monarch vengono oggi utilizzati da varie organizzazioni collegate con l’élite mondiale – in particolare massoneria e Illuminati - in settori come: l’esercito, la schiavitù sessuale e l’industria dell’intrattenimento che comprende soubrette, escort, etc.

In questo senso il magistrato italiano Paolo Ferraro avrebbe scoperto a sue spese l’esistenza di una setta di carattere occulto legata al Corpo Militare SMOM (Sovrano Militare Ordine di Malta), che coinvolgerebbe alcuni vertici militari, e avente legami con magistratura, psichiatria, politica e, infine, massoneria deviata.

I Loro in questione sarebbero coloro che si nascondono dietro la piramide di silenzio e torture volta ancor oggi a manipolare la mente di reclute, persone scomode, gente comune, pazienti psichiatrici, bambini…

 

The Manchurian Candidate

Tratto da romanzo The Manchurian Candidate di Richard Condon l’omonima pellicola del 1962 di John Frankenheimer – a metà tra Hitchcock e Welles - ebbe un destino infelice: snobbato dai critici nonostante la potenza visionaria e la presenza di un cast di prim’ordine (Frank Sinatra, Angela Lansbury, Janet Leigh), anticipava di poco la dinamica ancor misteriosa della morte di John F. Kennedy l’anno successivo. Si racconta che per le straordinarie analogie con l’assassinio di JFK, Sinatra – proprio colui che aveva aiutato l’ambasciatore Joseph Kennedy a stringere un’alleanza con la Mafia di Chicago durante la campagna elettorale del figlio - ordinò il ritiro del film dalle sale cinematografiche. Non aiutava neppure la somiglianza del co-protagonista del film, Raymond Shaw, con il Presidente democratico: l’eroismo dimostrato da JFK in guerra, quando, nonostante il morbo di Addison, portò in salvo i compagni marines nuotando per oltre 5 km in un mare impestato di squali risuonava nelle gesta cinematografiche del giovane Shaw – costruite ad hoc dai medici russi e coreani affinché tornasse in patria accolto come eroe di guerra.

Il film venne ripreso nel 2004 da Jonathan Demme che ne trasse il più noto remake con Denzel Washington – nei panni di Ben Marco, che furono di Frank Sinatra - Liev Shrieber, Meryl Streep e John Voight.

 

Cathy O’ Brien

La storia di Paolo Ferraro invece è vera ma è una di quelle destinate a farvi venire le vertigini. L’unico paragone possibile è quello con Cathy O’ Brien, il cui racconto appare ancora ad anni di distanza della pubblicazione di TranceFormation of America e Access Denied come un pugno nello stomaco. Nel caso della O’ Brien mancano però le prove inconfutabili a sua testimonianza, mentre nel caso del PM romano esistono file audio, video e centinaia di pagine di documenti. Basta avere il coraggio e la pazienza di aprire il vaso di Pandora.

Ringraziando la fiducia e la disponibilità di Ferraro, io l’ho fatto.

Questa è la sua storia.

 

Chi è Paolo Ferraro

Come il Maggiore Ben Marco, il Procuratore Paolo Ferraro è stato sospeso dal suo incarico e per lungo tempo bollato come pazzo da chi non poteva capire ma soprattutto doveva scoraggiarlo nelle sue indagini.

Se la paranoia del personaggio interpretato da Frank Sinatra trae origine da sogni che gli ricordavano un’altra realtà rispetto a quella che coscientemente ricordava di aver vissuto in Corea, il comportamento del magistrato trae origine dall’intuizione che la donna che aveva a fianco non fosse realmente ciò che sembrava e da prove indi raccolte minuziosamente. Entrambi hanno avuto però il coraggio di seguire il proprio istinto e di verificare se i dubbi riguardanti Raymond Shaw e la compagna del PM, tale S. R. fossero veri. Anche le iniziali dei nomi sono le stesse, quasi che la Cabala abbia lasciato un indizio o un Trickster il proprio zampino…

Ci si potrebbe chiedere perché il PM abbia messo a repentaglio la propria vita e carriera per scoprire che cosa si nascondesse tra le quattro mura di casa sua quando usciva lasciando la compagna Sabrina da sola. Sarebbe bastato andarsene e interrompere quella relazione per certi versi “inquietante”. Abbandonare quello stabile abitato soltanto da militari e dalle loro mogli dalla dubbia moralità e con figli più simili ad automi che a bambini. Forse l’affetto nei confronti della donna e la presenza del figlio di lei all’epoca solo dodicenne lo hanno spinto ad andare fino in fondo. Forse una parziale inconsapevolezza del pericolo in cui si stava deliberatamente cacciando. Il suo comportamento temerario più che coraggioso è indice infatti di un’eccessiva fiducia nella Giustizia italiana che urta contro la conoscenza che un PM dovrebbe avere del sistema giudiziario e dei suoi inganni. Per certi versi, nella discesa agli inferi e ritorno, il magistrato sembra indossare i panni di un novello Don Chisciotte che si ostina a lottare contro i mulini a vento piuttosto che accettare l’ineluttabile e salvarsi la pelle. La sua ostinazione nel percorrere la sua missione – o catabasi? – fino in fondo lascia spiazzati e non può che far riflettere sul problema del secolo scorso e del suo incancrenimento in quello in corso: la paura e l’indifferenza prima come uomini, poi come cittadini che ci fanno finire il più delle volte - citando Giovanni Papini – col divenire complici silenziosi delle offensive diaboliche. Chiamatela banalità del male, chiamatela a-morale indifferenza, pochi al posto del magistrato sarebbero andati fino in fondo per sete di giustizia o di verità. La maggior parte di noi se la sarebbe data a gambe, lasciandosi il passato alle spalle. Eppure alcuni strani comportamenti della compagna, delle sibilline rivelazioni da parte del figlio di lei, il comportamento dei vicini di casa che sembravano sgusciati fuori da un romanzo di Ira Levin, hanno spinto Ferraro a oltrepassare la soglia per la verità.

 

Sabrina

Mi sono scervellata su questo per settimane, fino a dovermi confrontarmi con lui. Gli ho chiesto quali effettivamente fossero questi indizi che lo avevano messo in allerta e perché non avesse preferito affidarsi a un investigatore privato. O andarsene e basta. Le sue risposte sono state sincere e mi hanno convinto.

Le ammissioni della compagna Sabrina di aver preso parte a uno strano gruppo – simile a una setta – il suo coinvolgimento giovanile nell’estrema sinistra e la frequentazione con ambigui personaggi appartenenti ai servizi segreti, l’uso nel passato di cocaina e hashis, l’ammissione di aver lavorato come hostess ed estetista in ambienti in cui era dedita la prostituzione, incubi e strani sogni ricorrenti, infine il rapporto conflittuale, a volte persino violento con il figlio dietro l’immagine da “bambolina” acqua e sapone che voleva trasmettere sarebbero bastati a chiunque per dubitare di lei. Bella da mozzare il fiato, ma scostante e dal carattere boderline. Ex moglie di un sottoufficiale circondata da personaggi ambigui legati a filo doppio. Insomma, una donna fragile ma con troppi segreti.

La vicenda dai toni fantapolitici sembra infatti sgusciata fuori dalla penna di Kafka, o, per gli scenari di reticenza e di complotto che ne hanno accompagnato la genesi, da un racconto di Tiziano Sclavi. Ciò che sconcerta tutt’ora è la complicità del sistema al comportamento criminale scoperto e denunciato dal PM. Connivenza, disinformazione, inganni, tradimenti, menzogne. A tutti i livelli: dai vertici militari, giudiziari, fino alla famiglia e ad alcuni colleghi della Procura.

Ci sono davvero tutti gli elementi per un noir o per finire dritti al manicomio. Cosa che è successa al PM che dopo un tentativo di Trattamento Sanitario Obbligatorio assolutamente illegale, è stato sottoposto per mesi a terapia farmacologica in modo da “sedare” ogni possibile volontà di continuare sulla strada intrapresa. Ma il tentato sequestro da parte delle autorità sanitarie, la somministrazione di psicofarmaci e la seguente sospensione dall’incarico – mentre le perizie dimostravano la sua sanità mentale! - non hanno messo a tacere la sua sete di verità. Anzi, credo che abbiano alimentato il suo bisogno di risposte per uscire dall’incubo in cui era precipitato.

Ma che cosa non doveva scoprire e soprattutto rivelare Paolo Ferraro?

La presenza di una setta, o meglio, di un’organizzazione settaria, sotterranea, all’interno dell’esercito, con ramificazioni nel mondo della psichiatria e della Procura, che praticherebbe riti occulti a base di sesso e droga, ipnosi e manipolazione mentale in stile MK ULTRA. A rendere la vicenda ancora più inquietante la presenza di minori testimoniata da intercettazioni ambientali raccolte seppur in modo illegittimo dal PM.

 

Le prove

A chi conosce il nome di Paolo Ferraro è senz’altro nota la storia. Eppure su internet la vicenda è stata ripresa in modo distorto. Stampa cartacea e TV, come spesso accade, hanno scelto di insabbiare la vicenda. Questa deliberata reticenza a trattare il caso o almeno a diffondere la notizia della sospensione del magistrato dal suo ruolo – condannata dallo stesso in un’apposita conferenza stampa – è stato uno dei motivi che mi ha spinto a interessarmi della storia. Il secondo motivo è stato un dettaglio confidatomi dall’amico Gianluca Marletta che, avendo avuto modo di parlare brevemente con il PM, aveva scoperto che tra le tante minacce ricevute, a Ferraro era stato intimato di sospendere le indagini e di non parlarne per almeno due anni – ovvero fino a fine 2012 - inizio 2013. Questo periodo mi ha incuriosito: accantonata la pista che conduce alla “fine del mondo” del 21 dicembre 2012, è pur vero che nel mondo della controinformazione stanno filtrando da alcuni mesi delle indiscrezioni su un ipotetico Golpe nazionale o addirittura internazionale che dovrebbe avvenire in quella data.

Non potendo scartare l’ipotesi di una psicosi di massa o meglio, di una follia collettiva che starebbe colpendo taluni giornalisti, ricercatori, ora anche avvocati e magistrati, uniti da un’irrazionale convinzione nella fine del mondo, ho deciso di sentire direttamente Ferraro. Se non si confermano le fonti all’origine si rischia soltanto di farsi un’idea distorta o di credere “per fede” a una testimonianza solo perché essa ci aggrada o ci stimola l’immaginazione. Il che, ovviamente, dal punto di vista giornalistico, è assurdo. Ho avuto così modo di conoscere il protagonista di questa intricata vicenda e ricostruire, dati alla mano, la sua versione dei fatti: Ferraro mi ha infatti messo a disposizione 38 file audio di intercettazioni ambientali da lui stesso effettuate, due registrazioni di telefonate, diversi memoriali, tutti i documenti della Procura di Roma e Perugia e le perizie sul suo stato mentale, mail e sms scambiati con la sua ex compagna.

Ora, quanto segue è un breve resoconto della storia vista e vissuta da Paolo Ferraro, senza aver avuto modo di interrogare anche gli altri protagonisti della vicenda, compito che spetta alla Procura di Perugina dove il Pm ha depositato denuncia. L’aspetto che più colpisce di questa vicenda è l’ostinata rete di alleanze volte a persuadere il magistrato ad abbandonare le ricerche e, una volta appurata la mancata efficacia del metodo, la manovra di discredito dell’uomo sino a un tentativo reiterato di un trattamento sanitario obbligatorio.

 

PARTE II

Per trovare un precedente del caso del magistrato Paolo Ferraro, che sia confermato da documenti altrettanto ufficiali e attendibili, bisogna risalire nel passato. Correva il 1950 e la vicenda passò alla storia come il caso “Dot Jones”. Poco dopo la pubblicazione di Dianetics, il ricercatore e scrittore Ron Hubbard, ricevette a Washington la visita di una giovane donna visibilmente alterata che manifestava evidenti sintomi compulsivi alternati a frasi senza senso ripetute come un mantra. La donna era la moglie di un ufficiale del servizio segreto dell’Esercito che, in seguito si sarebbe scoperto, era stata drogata, sottoposta a elettroshock e ipnotizzata nel deliberato tentativo di controllarne il comportamento. Fu uno dei primi casi di manipolazione mentale su un civile che venne reso pubblico e che permise al futuro fondatore della religione di Scientology, di smascherare gli effetti distruttivi del meccanismo psichiatrico di dolore-droga-ipnosi volto a condizionare la mente umana e a installare comandi sub-ipnotici: «Questa forma di ipnosi – scriveva Hubbard nel libro Scienza della Sopravvivenza del 1951 – ha costituito un segreto gelosamente custodito da determinate organizzazioni militari e spionistiche. È un’arma da guerra insidiosa e, per conquistare una società, può essere notevolmente più utile della bomba atomica. Questa non è una esagerazione. La diffusione di questa forma di ipnosi nel campo dello spionaggio è talmente vasta oggigiorno che la gente avrebbe dovuto iniziare a preoccuparsene da un bel pezzo».

 

MK-ULTRA

Ciò che allora poteva sembrava ancora come fantascienza, venne svelato solamente a metà degli anni Settanta quando i documenti della CIA sul progetto MK-ULTRA vennero resi pubblici, sfuggiti per errore alla loro distruzione ordinata nel 1973 dall'allora direttore della CIA Richard Helms. I documenti testimoniavano che il programma MK-ULTRA: «...riguardava la ricerca e lo sviluppo di materiale chimico, biologico e radiologico da potersi utilizzare in operazioni clandestine per controllare il comportamento umano [...] furono tracciate ulteriori strade per il controllo del comportamento umano, da investigarsi sotto l'ombrello protettivo dell'MKULTRA, incluso radiazioni, elettroshock, vari campi della psicologia, sociologia e antropologia, grafologia, sostanze molestanti, materiali e dispositivi paramilitari».

Le tecniche di controllo mentale avevano infatti subito un’impennata grazie a un protocollo segreto che aveva permesso a eminenti psichiatri e neuroscienziati di testare su cavie umane tecniche per ottenere il depatterning del cervello attraverso la somministrazione di droghe naturali quali il peyotl e artificiali come LSD, oltre a torture, deprivazioni sensoriali, di sonno e cibo, elettroshock, ipnosi, immersione in campi e frequenze elettromagnetici. Il lavaggio del cervello e la perdita di memoria uniti al trauma reiterato portavano alla decognizione, perdita di controllo e di identità da parte della vittima.

 

La mente alveare

Quando siamo vittime di un trauma profondo la nostra mente crea infatti una barriera di amnesia intorno all’evento, in modo da non dover rivivere il dolore di quei ricordi: la mente si parcellizza, isolando così il ricordo del trauma che viene rimosso ma non eliminato. Furono i nazisti i primi a rendersi conto che – grazie agli studi del dottor Mengele - se si traumatizzava sistematicamente qualcuno attraverso la tortura, le molestie sessuali, o sacrificando e torturando qualcun altro davanti ai suoi occhi, si poteva distruggere la mente di quella persona, trasformandola in qualcosa di simile a un nido d’api, costituito cioè da compartimenti indipendenti, separati da barriere di amnesia: è la cosiddetta teoria della mentalità dell’alveare. È per questo che oltre alla deprivazione sensoriale, la somministrazione di droghe e la tortura, si utilizzano rituali occulti a sfondo satanico per traumatizzare, plagiare e manipolare la mente delle vittime: una volta che l’unità della mente è stata distrutta, i vari compartimenti, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro, possono essere programmati per vari compiti o esperienze, senza che l’uno abbia coscienza dell’esistenza dell’altro. Ciò non esclude la possibilità che vi siano dei veri e propri missing-time sentiti dalla vittima con malessere per l’incapacità di ricordare.
Usando parole-innesco, chiavi, suoni o segnali ipnotici, questi compartimenti possono essere spostati in avanti o all’indietro proprio come un casellario mentale. Un compartimento autonomo, corrispondente a una specifica personalità della mente riprogrammata, diventa così il livello cosciente dell’individuo, e risprofonda poi nell’inconscio, nel momento in cui si ha accesso a un altro compartimento. Questo significa che dopo aver eseguito un compito, la vittima dimentica ciò che ha fatto e con chi. Questa condizione è divenuta nota come Disordine della Personalità Multipla (MPD) o Disordine dell’Identità Dissociata (DID), che ovviamente la psichiatria tratta come una “patologia” senza prendere in considerazione i possibili casi di dissociazione indotta e non patologica o genetica.

 

Il progetto MONARCH oggi

Nonostante i documenti sul progetto MK-ULTRA o i dossier sul progetto inglese TAVISTOCK siano ormai noti, si stenta ancora a credere che i Governi possano aver sperimentato, grazie all’ausilio di equipe di psichiatri e neuroscienziati, tecniche di manipolazione mentale su civili e militari allo scopo non solo di resistere a interrogatori da parte di nemici o di creare il sicario perfetto – il cosiddetto “Candidato Manciuriano” – ma più in generale per manipolare e sottomettere la mente di qualsiasi individuo. L’eredità del MK-ULTRA è stata invece continuata e sviluppata nel progetto MONARCH ed esportata nei Paesi dove la presenza dei Servizi inglesi e americani è forte. Se l’Australia è ancora oggi sede di sperimentazioni psichiatriche legate al vecchio progetto Tavistock, o il Belgio capostipite in Europa di esperimenti in tal senso a sfondo satanico1, in Italia le infiltrazioni dei servizi segreti e delle sperimentazioni psichiatriche avvengono non solo in cliniche quanto all’interno degli avamposti militari, come scoperto e reso pubblico proprio dal magistrato Paolo Ferraro.

 

L’omicidio di Melania Rea

E qui emergono anche i collegamenti con la Caserma di Ascoli Piceno dove operava come addestratore Salvatore Parolisi, secondo la testimonianza di Leo Lyon Zagami2 legato alla Loggia napoletana del Tempio di Set: un mese prima della morte di Melania Rea, il pm Paolo Ferraro avrebbe incontrato la donna alla Procura di Roma, dove sarebbe andata per un colloquio con un altro magistrato e che – forse? – le sarebbe costato la vita. Melania era a conoscenza delle pratiche non solo sessuali (emerse negli ultimi mesi) utilizzate all’interno della caserma per “addestrare” le “sacerdotesse” cadette? Voleva in questo senso chiedere il trasferimento del marito, per salvarlo da quel girone infernale, o forse da se stesso? Il 235° Reggimento di Fanteria “Piceno” di Ascoli Piceno, dove lavorava Parolisi (e in Roma Cecchignola vi sono nessi che portano allo SMOM - il Corpo Militare dell’Ordine di Malta), era una base segreta per la manipolazione mentale? A questo servivano le angherie sulle giovani reclute, i festini a base di droghe e sesso? Alla fine del racconto troverete da soli la risposta.

Ma questa è un’altra storia…

 

Avere una compagna riprogrammata

La nostra storia, invece, ha luogo nella cittadina militare di Cecchignola, vero e proprio avamposto dello SMOM. Qui il PM Paolo Ferraro si trasferisce nel 2008 a convivere con la sua nuova compagna, S., nell’appartamento di lei e dell’ex marito, sottoufficiale dell’esercito. Stranamente il marito non si oppone a quella convivenza, anzi, sembra incoraggiarla. Così come Ferraro era stato “incoraggiato” a frequentare la donna tramite un amico comune. La mancata casualità dell’incontro sarebbe emersa soltanto più avanti…

Lo stabile è tutto abitato da coppie in cui gli uomini sono membri dell’esercito. Qua sorgono i primi indizi che mettono in guardia il magistrato: strani sguardi d’intesa tra vicine di casa che non si parlano e sembrano solo all’apparenza detestarsi; bambini talmente sottomessi alla volontà dei genitori da sembrare degli automi; un uomo che vigila su tutto e tutti. L’inquietudine dello stabile si prolunga in quei momenti di blackout nella personalità della compagna, S., con troppe zone d’ombra nel passato e troppe anomalie nel presente. C’è il rapporto violento con il figlio dodicenne che in un paio di occasioni lascia trapelare con Ferraro che succedono cose assurde che ha “paura” di riferire per non essere preso per pazzo, quando il PM non è in casa. C’è l’ammissione della donna – con un passato nelle frange estremiste di sinistra - di aver preso parte a una specie di Setta (“la setta non mi ha mai fatto del male…”) e di avervi introdotto anche il figlio. Ci sono delle lacune nei suoi racconti, è evasiva sul suo passato: anche incalzata dalle domande, si ritrae. Poi ci sono gli incubi ricorrenti, i blackout che la stremano anche fisicamente, le abbuffate compulsive di cioccolata e le disfunzioni alla vescica che la costringono ad alzarsi più volte la notte per andare in bagno. Dove la paranoia e il carattere all’apparenza borderline della donna si associano a una consapevolezza di essere sottomessa alla volontà altrui, spingono il magistrato a registrare ciò che avviene in casa quando egli esce per andare a lavoro. Si è accorto infatti di un sospetto via vai dentro e fuori casa sua: i vicini lo osservano entrare e uscire dall’appartamento come delle sentinelle pronte a dare il via libera.

 

L’incubo ha inizio

Da qua nascono i file audio che mi ha sottoposto. Alcune registrazioni sono chiare, altre disturbate e si possono ascoltare solo con un adeguato programma di montaggio per pulirne l’audio dai rumori di fondo. Si scopre presto che ogni volta che il magistrato esce per recarsi a lavoro, l’appartamento viene visitato da più persone che ne hanno addirittura le chiavi di casa. E qui inizia l’incubo: S. si dimostra subito mansueta, troppo accondiscendente. Le vengono ripetute delle frasi, cantilene e versi di canzoni che a un esame più attento sembrano essere dei comandi evocativi. Frasi o parole anche sboccate, alternate a espressioni in latino e ad anagrammi (“Ah Be.Delta Dai”, anagramma di Beltade, comando evocatico sintetico che serve per evocare il lato femminino della vittima). Frasi sussurrate di stampo medievalista che ne alterano la personalità. La voce atona di lei che risponde come un automa a comandi di altre persone e che sembra far emerge tre personalità distinte: soltanto in seguito Ferraro ipotizzerà che le tre personalità siano state indotte in base a traumi del passato – che ravvisa nei ricordi frammentari di S. – e che verrebbero richiamati tramiti comandi vocali veloci. Poi gemiti e suoni che fanno intendere il consumo di strane bevande (“Bevi”, “non mi va”, “tu Bevi!”), droghe e rapporti sessuali multipli con altre donne e uomini (“non mi va…”, “Ti va sempre!”), persino il coinvolgimento di bambini nelle attività sessuali.

 

Gli schiavi MONARCH

Gli schiavi Monarch sono infatti principalmente utilizzati dalle organizzazioni per effettuare operazioni mediante capri espiatori addestrati a svolgere compiti specifici, che non contestino gli ordini, che non ricordino le loro azioni e che, se scoperti, si suicidino automaticamente. Si capisce in questo senso il tipo di addestramento che, secondo le ricostruzioni, si sarebbe svolto nella caserma di Ascoli Piceno, tra le cui mura avvenivano festini, angherie sulle soldatesse, uso e abuso di droga: evidentemente non solo casi di “nonnismo” o relazioni clandestine all’insaputa dei vertici. Ma questo dev’essere appurato dalle autorità competenti. Qui non possiamo che fare ipotesi sulla base delle testimonianze e della storia del PM. Le vittime della manipolazione mentale sono in generale il capro espiatorio perfetto per gli omicidi di alto profilo, candidate ideali per la prostituzione, per la schiavitù sessuale o la pornografia di tipo snuff. Sono anche perfette marionette per l’industria dell’intrattenimento che fa di loro delle star – da vallette a icone del pop - o come adescatrici per spiare o ricattare uomini pericolosi per il sistema o semplicemente scomodi. Se si prende per vera questa storia, i collegamenti con altre vicende appaiono come pezzi di un puzzle più generale.

 

Sara Tommasi

Così acquistano un senso diverso le dichiarazioni che la starlette Sara Tommasi, implicata in un giro di prostituzione e soldi falsi su cui indaga la Procura di Napoli, rilasciò al settimanale Diva e Donna pubblicato il 17 febbraio 2011, dove sosteneva di essere stata drogata e manipolata mentalmente. La Tommasi, al limite della paranoia, ha raccontato di essere stata seguita e ricattata per tenerla in proprio potere: “Mi mettono in casa anche il gas: dalle finestre, dai bocchettoni. A volte mi capita di addormentarmi e di dormire tantissimo. Sento un odore pesante e mi sento barcollare […] Mi hanno somministrato sostanze che rimangono nel corpo, per rendermi lasciva a letto. Ci sono dietro anche i servizi segreti: è la cosa che mi preoccupa di più. Fanno queste cose per uniformare una volontà comune”. La starlette arrivò a ipotizzare l’esistenza di un complotto di cui lei sarebbe stata vittima, lasciando intendere che dietro tutto ci sarebbe la regia di Berlusconi: “E potrebbero anche esserci dei riti satanici. Io mi sento obbligata a fare delle cose. Loro si sono impossessati di tutto. Mi controllano con le microspie […] Possono avermi anche impiantato dei microchip secondo me: è come se facessero degli esperimenti scientifici”. Il contenuto dell’intervista, bollato ovviamente come il delirio di una mente fragile sconvolta dallo scandalo, apre però inquietanti scenari sul reale svolgimento non solo dei festini ad Arcore, ma più in generale del servizio di escort gestito dalla camorra, e, secondo la Procura di Napoli, da Fabrizio Corona e Lele Mora. Quest’ultimo avrebbe avuto inoltre il compito di procacciare ragazze avvenenti per le cene del premier. Il condizionale, in situazioni delicate come questa, è naturalmente d’obbligo.

 

La programmazione di S.

Dalla ricostruzione ad ampio raggio del magistrato sembra invece emergere infatti il ruolo di S. come adescatrice assoggettata a un piano a lei sconosciuto: la donna sarebbe stata scelta e programmata per entrare nella vita di Ferraro, per osservarlo e spiarlo? La sensazione è che la donna si sia però innamorata veramente di colui che doveva controllare e che qui sia iniziata la dissociazione: la lotta contrastante tra i comandi subipnotici e i sentimenti per il compagno, forse la prima persona che in vita sua non abbia cercato di “usarla”. La presunta programmazione di S. ne avrebbe bloccato l’elaborazione cosciente nonostante alcuni ricordi e un malessere di fondo emergessero a tratti nella sua personalità base di compagna del PM. La programmazione si basa proprio sulla capacità di dissociazione che consente la creazione di nuove personalità indipendenti l’una dall’altra. Per questo nei file audio e nella vasta documentazione raccolta da Ferraro si distinguono degli immediati passaggi da uno stato di coscienza a un altro, con cambio evidente di tono di voce e di personalità – tre, di cui una di bambina - innescato a seconda delle volte da un semplice comando, invito, suono.

 

Il vaso di Pandora è aperto

Messa di fronte all’evidenza dei fatti e fattele ascoltare le registrazioni, S. dapprima appare incredula, non riconoscendosi e non distinguendo le voci con lei. Poi si mostra impaurita per quello che le può accadere, infine reticente adotta un atteggiamento aggressivo negando la veridicità dei nastri. Alterna momenti di amabilità a scontri violenti ad ancora momenti di perdita di controllo e consapevolezza (prova ne sono le telefonate registrate, le mail e alcuni sms come quello che segue inviato a Ferraro mezz’ora dopo un sms all’apparenza normale: “Io vilipesa,data della putt,stordita,dimagrita,spaventata,ci ved luned¥@.@l@u@n@e@d¥”, dove il simbolo ¥ sembra richiamare la stilizzazione di un antico sigillo satanico e ancora del “capro” o del simbolo solare delle “corna”).

Il confronto di Ferraro con l’ex marito e il padre della donna non portano a nulla, dimostrandosi entrambi sulla difensiva, come se sappiano più di quanto non possano o vogliano dire. Da qui la decisione impulsiva del magistrato di depositare una denuncia presso la Procura di Roma, che si sarebbe presto ritorta contro di lui. L’errore fondamentale che ha compiuto il magistrato è stato quello di indagare come privato una situazione che si è rivelata essere più grande anche per un magistrato, e di depositare in modo impulsivo denuncia, scontrandosi così apertamente contro un sistema dove l’infiltrazione massonica è solo la punta dell’iceberg. Estraneo al mondo della controinformazione e tantomeno dell’occultismo, Ferraro non era allora consapevole della tempesta che stava per sollevare e che si sarebbe abbattuta su di lui con l’intenzione di spazzarlo via. Eppure, ha resistito, come uomo e come magistrato.

 

La battaglia inizia ora

Avrebbe potuto soccombere al sistema, chinare il capo e tacere pur di tornare alla sua vecchia vita. Invece Ferraro si è scontrato apertamente contro la sovversione del sistema massonico e militare che aveva scoperto. Ciò gli è costato caro: la carriera, innanzitutto, il discredito pubblico, un tentativo di Trattamento Sanitario Obbligatorio culminato in un vero e proprio sequestro di persona, la somministrazione di psicofarmaci. Ma né il TSO, né la sospensione dal lavoro l’hanno fermato: si è trovato solo, ha visto i suoi stessi famigliari, amici e colleghi congiurare contro di lui “per il suo bene”, ma ha resistito eroicamente ed è riuscito a rendere pubblica la sua storia. Ci scherza su e spiega che da buon “leone ascendente leone”, non può che essere un guerriero. Ora ha un’altra compagna e sembra essersi ricostruito quell’equilibrio che gli avevano sottratto con la forza. Ma non è più l’uomo che era prima. Ora conosce il suo nemico, il nostro nemico. Da questo punto è un privilegiato: ha aperto il vaso di Pandora, ha alzato il velo dello spesso sipario che, coprendo la realtà, ci fa vivere in un teatrino dove noi siamo soltanto marionette in balia dei poteri forti. Ora Ferraro sa che non è tutto come appare, che anche le istituzioni più antiche e tradizionali a cui facciamo quotidianamente riferimento come colonne portanti di giustizia e sicurezza, sono corrotte: le infiltrazioni massoniche e la sovversione satanica del sistema militare e della politica si sono estese ovunque, a nostra insaputa. Ma egli l’ha toccato con mano e ora si batte con il suo CDD (Comitato Difendiamo la Democrazia) per promuovere la democrazia in un percorso collettivo che veda la ricostituzione dei valori fondanti una società che si possa davvero dire “libera”: per contrastare quel golpe strisciante che il sistema attuale colluso con la massoneria deviata, sembra intenzionato ad attuare nel 2012, passando per la crisi economica e la distruzione del ceto medio. Ora Ferraro sa, e anche se, prendendo per vera la sua storia, gli mancano ancora dei tasselli che solo una buona conoscenza dell’occultismo e del sistema delle sette sataniche può ravvisare, si sente obbligato a testimoniare ciò che ha scoperto e a progettare antidoti politici e sociali. Non gli rimane altro che girare l’Italia, chissà, il mondo, come l’Eremita dei Tarocchi, cercando di diffondere quel poco di luce e di conoscenza che è riuscito a scoprire, anche se a caro prezzo. Le ferite rimangono, ma una volta rimarginate possono fungere da testimonianza e monito per il futuro: quel futuro che, sull’orlo della fine dei Tempi, solo noi possiamo costruirci. Dicendo no alle scorciatoie che ogni giorno accompagnano le nostre vite in modo silenzioso…


1 Il circolo dei pedofili assassini che nel 1996 venne alla luce in Belgio non è che una parte della rete satanica che opera in quel paese. Il giornale britannico “Sunday Times” riportò testimonianza di vittime che descrivevano alcune Messe Nere durante le quali i bambini venivano uccisi davanti a un pubblico formato da membri di spicco della società belga

2 Dichiarazione postata su Facebook



COMPLOTTO DOMINIQUE STRAUSS-KAHN

CHI SONO I MANDANTI DELLO SCANDALO SESSUALE?

di

Enrica Perucchietti

 

Lo scandalo sessuale che ha investito come un uragano l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, la dice lunga sui metodi utilizzati dall’alto per liberarsi degli “ostacoli” anche qualora questi siano stati allevati in seno alla stessa elite. Coloro che perdono fiato a inveire contro i “complottisti” hanno avuto modo di essere sbugiardati e di vedere come, nel caso di DSK, si organizza un vero complotto.

Ora, la firma è chiara, ma molti stenteranno a decifrarne la matrice. Cerchiamo di fare un po’ di luce sugli eventi che ormai sono noti: il presunto stupro a New York della cameriera del Sofitel, Ophelia, seguito dall’accusa di molestie da parte della scrittrice francese Tristane Banon, la cui tentata aggressione risalirebbe però al 2003.


Ophelia si difende

A due mesi dall’arresto di Dominique Strauss-Kahn, la “vittima” di quello che si è presto sgonfiato come un caso di stupro, Nafissatou Diallo, meglio conosciuta come Ophelia, è tornata a parlare in pubblico, a luglio, in conferenza stampa. Lo scopo dell’esternazione della cameriera è ancora una volta cercare di ribadire la “propria” verità, nel tentativo di ricucirsi addosso quella credibilità che le menzogne e le contraddizioni avevano smentito.

Affiancata dai suoi legali e sostenitori, Ophelia ha accusato i Media di averla “profondamente offesa, dicendo di me di tutto, parole cattive e volgari”. Al di là della compassione che può suscitare la donna evidentemente manipolata da qualcuno, le bugie e il tentativo di ricatto ordito contro l’allora Direttore del FMI hanno ormai screditato la sua testimonianza, rivelando ben altri scenari dietro all’apparente caso di violenza.

DSK chiede l’abbandono del dollaro

Lo scandalo è scoppiato proprio a New York dove DSK era atterrato per incontrare, tra i vari appuntamenti, l’economista premio Nobel, Joe Stiglitz.

Strass-Kahn si era già macchiato agli occhi dei Bilderberg, della colpa di aver pubblicamente invitato il FMI a virare a sinistra per venire incontro ai bisogni dei cittadini, raccogliendo la stima di Stiglitz, noto per le sue teorie “anti-globaliste”, che applaudì il suo intervento definendolo un “sagace” leader dell’FMI.

Ma la colpa più grave di DSK sarebbe stato l’invito ad abbandonare velocemente il dollaro per evitare che i conflitti interni al sistema finanziario mondiale travolgessero i mercati internazionali: «non solo è necessario abbandonare il dollaro, ma occorre anche agire con urgenza perché i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero trascinare nel caos il mondo intero».


Dalla Grecia a Cipro

Stiglitz non ha mai fatto segreto della sua posizione a riguardo. L’economista ritiene che il Fondo Monetario Internazionale, perseguendo il cosiddetto "Washington consensus" e appoggiando la deregulation finanziaria e la fede illimitata nei liberi mercati, non protegga le economie più deboli né garantisca la stabilità del sistema economico globale, facendo invece gli interessi del suo “maggiore azionista”, ovvero gli Stati Uniti, a discapito delle altre nazioni.

Il fatto che gli USA siano riusciti in extremis a trovare un accordo tra democratici e repubblicani per evitare il default non mette al sicuro le economie globali. Dopo la Grecia stiamo infatti assistendo anche al rischio di fallimento del quarto Paese dell’euro in ordine di tempo, che rischia ora di dover ricorrere a prestiti comunitari: Cipro.

Alla luce di questa catena di fallimenti, DSK aveva cercato di far cambiare rotta alla politica del FMI, conversione che era stata accolta con plauso da economisti progressisti come Stiglitz ma non certo dai membri del Club Bilderberg che potrebbero aver ordito un monito per metterlo a tacere e sostituirlo con uno dei loro più fedeli membri, Christine Lagarde, guarda caso già ministro dell’economia sotto l’acerrimo nemico di DSK, Sarkozy...


La “conversione” del FMI

Ma andiamo per gradi.

In un articolo, La svolta del FMI (http://www.counterpunch.org/whitney05162011.html), Stiglitz osservava pochi giorni prima dello scandalo sessuale: «La riunione annuale di primavera del Fondo Monetario Internazionale è stata notevole nel demarcare gli sforzi del Fondo per distanziarsi dai suoi dogmi di lunga data sul controllo dei capitali e sulla flessibilità del mercato del lavoro. Sembra che un nuovo FMI stia gradualmente, e cautamente, emergendo sotto la leadership di Dominique Strauss-Kahn […] La deregulation finanziaria negli Stati Uniti fu la prima causa della crisi globale che scoppiò nel 2008 e la liberalizzazione del mercato dei capitali contribuì a diffondere questo trauma “made in the USA” in tutto il mondo […] La crisi ha dimostrato che i mercati liberalizzati e senza regole non sono né efficienti né stabili». (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=8312)

Come ha fatto notare anche Mike Whitney, DSK stava cercando di indirizzare il FMI verso «una direzione più positiva che non richiedesse alle nazioni di lasciare libero l’ingresso alle devastazioni del capitale straniero che entra con rapidità - per spingere in alto i prezzi e creare le bolle speculative – e se ne va altrettanto velocemente, lasciando alle spalle il flagello dell’elevata disoccupazione, del crollo della domanda, delle industrie in bilico e della recessione».

Strauss-Kahn aveva infatti dichiarato le sue linee guida nel cambiare il paradigma del FMI nel discorso tenuto presso il Brookings Institution: «Il lavoro e l’uguaglianza sono le fondamenta della stabilità economica e della prosperità, della stabilità politica e della pace. Questo deve essere il cuore del mandato del FMI. Deve essere posto al centro dell’agenda politica».

In un discorso presso la George Washington University, DSK aveva inoltre analizzato luci e ombre della globalizzazione dichiarando: «La globalizzazione ci ha dato tanto, ma ha anche un lato oscuro, un baratro sempre più grande che separa i ricchi dai poveri. Ovviamente abbiamo bisogno di una nuova forma di globalizzazione per prevenire che la “mano invisibile” dei mercati scarsamente regolati diventi un “pugno invisibile”».

Ora iniziate a intravedere invece la firma del “pugno invisibile” sferrato a Strauss-Kahn per affossarlo e impedirgli di candidarsi all’Eliseo in una campagna elettorale che avrebbe oscurato il presidente uscente Sarkozy?


Le modalità del complotto

A tradire Ophelia e a rimettere in libertà DSK è stata una telefonata della donna in dialetto fulani al suo compagno in prigione, al quale avrebbe raccontato «Non ti preoccupare, lui è ricco, ho un piano». La telefonata, le numerose contraddizioni nella testimonianza sull’accaduto e alcune bugie sul suo passato hanno screditato la versione della cameriera – che ha legami con il traffico di droga e il riciclaggio di denaro - e portato alla scarcerazione dell’ex Direttore del FMI, ma non hanno chiarito però le modalità del complotto: chi c’era dietro tutto ciò? Ha organizzato tutto Ophelia per ricattare Strauss-Kahn? Difficile. Aveva dei complici al Sofitel? Probabile, una mail rintracciata dalla polizia di Xavier Graff, direttore per la gestione dei rischi del gruppo Accor, che è proprietario del Sofitel, recita: «Al Sofitel NY siamo riusciti a “far cadere” Dsk». Che cosa intendeva Graff con questa missiva? E a chi era rivolta esattamente? Il direttore della gestione rischi del gruppo Accor si è difeso cercando di liquidare la mail come uno “scherzo”, ma, data la sua posizione, non ha convinto le autorità.

I sostenitori di DSK hanno inoltre evidenziato «le molteplici e sorprendenti connessioni tra il gruppo francese Accor, proprietario della catena alberghiera Sofitel, e il gabinetto del presidente della Repubblica [Sarkozy], e funzionari di polizia dipendenti da Claude Guéant suscitano interrogativi tra i cittadini francesi», gettando ulteriori ombre sulle prossime presidenziali francesi.


Russi o Eliseo dietro al complotto?

Praticamente impossibile risalire ai mandanti del complotto. Che sia tale non lo crede solo la vittima, DSK. A sostenerlo i compagni di partito e numerosi giornalisti apartitici.

Le chiacchiere che si erano diffuse come sempre sul web all’indomani dell’arresto si sono consolidate come più che sospetti. Il comportamento paranoico di Strauss-Kahn nelle settimane precedenti l’arresto aveva messo in allarme i colleghi e gli amici intimi. In primavera aveva iniziato ad avere dei presentimenti su un possibile attacco orchestrato proprio “da Guéant” e aveva adottato l’abitudine di fare telefonate personali su una scheda telefonica criptata.

Il 28 e 29 aprile a colazione con due giornalisti di Liberation, Strauss-Kahn aveva raccontato loro di temere che volessero “eliminarlo” politicante simulando uno stupro in un parcheggio: ad accusarlo sarebbe potuta essere una donna «cui si prometterebbero 500 mila euro o 1 milione per inventare la storia».

Il presentimento si sarebbe rivelato quasi esatto, con l’eccezione del luogo: una suite d’albergo invece di un parcheggio.

L’indomani, il 30 aprile, DSk si sarebbe confessato con un altro deputato socialista, Claude Bartolone al quale avrebbe raccontato di voler lasciare l’incarico non appena risolta la crisi greca: temeva che “qualcuno” lo volesse eliminare, forse i russi, essendo «Putin vicino a Sarkozy», ipotizzava DSK. Il collega uscì da quell’incontro “traumatizzato” pensando che DSK stesse diventando paranoico. Che choc scoprire che il “copione” riportato dal candidato all’Eliseo si sarebbe avverato da lì a poco!


Se il nemico fosse Washington

Ma alla pista russa per eliminare un candidato forte troppo scomodo a Sarkò, si aggiunge quella americana che trova appigli nella conversione politica di DSK e nel suo successore, Christine Lagarde.

Washington – con gli USA a maggio ancora sull’orlo della bancarotta - avrebbe avuto interessi a sabotare la nuova politica del FMI, in particolare per gli aiuti alla Grecia e all’euro.

All’America fa comodo che l’euro non sia forte, o, come ha spiegato Webster Tarpley: «oggi assistiamo ad un attacco speculativo nei confronti della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda con l’idea di aggiungere poi anche l’Italia e altri paesi ancora. Questo attacco è motivato innanzitutto da considerazioni politiche: la debolezza del dollaro. L’autunno scorso quando il dollaro scendeva praticamente ogni giorno, ci fu una presa di coscienza all’interno dell’elite della City di Londra e soprattutto di Wall Street che per salvare il dollaro direttamente non c’era niente da fare. L’unica strategia per evitare il crollo del dollaro era di provocare preventivamente un crollo dell’Euro e quindi fa apparire il dollaro come un porto sicuro nella tempesta generale. E quindi hanno cominciato a ragionare: come si fa per attaccare l’Euro».

A confermare la tesi di Tarpley un articolo pubblicato il 26 febbraio 2011 dal Wall Street Journal che riportava di un incontro riservato in un’abitazione di Manhattan, ospitato della ditta finanziaria Monness, Crespi, Hardt & Co. Gli ospiti – spiega Tarpley - «erano i rappresentanti dei più grandi hedge funds […] I commensali si sono trovati d’accordo che era iniziata una fase di crisi non solo del debito pubblico, non solo della Grecia ma di tutti i paesi. Voglio porre l’accento sul “tutte”.
Questo vuol dire la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Giappone, Cina. Nessuno escluso. Nessuno è immune da questo attacco.
L’intenzione è di fare della Grecia il primo esempio e poi di generalizzare questo contagio verso altri [...] L’intenzione è di favorire un cannibalismo speculativo generalizzato…».

Questa strategia, secondo Tarpley, verrebbe attuata grazie ai «derivati finanziari, Credit Default Swaps. Strumenti che servono per giocare al ribasso dei titoli (tipo i Buoni del Tesoro) emessi dai paesi-vittima per finanziare il proprio debito di bilancio
[…] L’assalto speculativo di questi hedge funds non è motivato dalla necessità di tagliare la sanità o le pensioni per “riequilibrare” le finanze di un paese [in bancarotta]. Questa è semplicemente un’operazione orchestrata per colpire secondo un piano preciso e per fare grossi profitti».


Bilderberg dietro il complotto?

Il tentativo di salvare la Grecia e di stabilizzare l’euro da parte di Strauss-Kahn potrebbe avere in questo senso scombinato le carte delle lobby di Wall Street portandole a orchestrare un complotto per screditare il Direttore del FMI? Ma oltre alle lobby finanziarie di Manhattan, chi si cela dietro questa strategia di “cannibalismo speculativo generalizzato”?

Secondo Tarpley con lo scopo di provocare la bancarotta di stati sovrani tramite gli hedge funds Si vorrebbe il ritorno alla “libertà” del signore feudale di disporre come vuole dei suoi soggetti.

L’idea propugnata da queste lobby finanziarie sembra essere che fra breve le banche vinceranno e gli stati nazionali sovrani saranno schiacciati sotto la loro governance.


L’oligarchia finanziaria

L’arresto di DSK è avvenuto il 14 maggio 2011, quasi un mese prima dell’incontro a San Moritz del Club Bilderberg che avrebbe dato la sua “benedizione” a Christine Lagarde come successore al FMI.

Che il Gruppo avesse scaricato DSK si vociferava da tempo.

Alla riunione di San Moritz, tra le varie tematiche si è parlato – come mi ha riferito personalmente Daniel Estulin – del destino della Grecia, che si vorrebbe uscisse dall’euro. Lo scopo è che l’oligarchia finanziaria sostituisca la democrazia dei diversi stati sovrani.

Più in generale, lo scopo di questa oligarchia finanziaria è, come spiega Tarpley, che la politica economica venga «trasferita dagli organi di governi eletti a quelli formati da pianificatori finanziari, facendo in modo che l’economia dipenda totalmente da loro, con l’indebitamento pubblico creando un enorme rischio per il libero mercato per i prestiti che divengano interessi. Il ruolo della BCE, FMI, BM, Banca dei Pagamenti Internazionali, la FED ed altri organismi di supervisione finanziaria sono stati creati per assicurare che i banchieri siano pagati. Il mondo di oggi è guidato da sistemi monetari non da sistemi di crediti nazionali. Se sei intelligente non vuoi un mondo governato da un sistema monetario».


Perché Christine Lagarde

La scelta del successore alla direzione del FMI è avvenuta a San Moritz. La decisione è caduta su uno dei membri del Gruppo, Christine Lagarde.

Già ministro sotto il governo Sarkozy dal 2007 al suo insediamento al FMI, pochi conoscono però il retroterra politico all’interno del quale si è formata.

Brillante avvocato, specializzata in diritto sociale, venne assunta nel 1981 dallo studio legale Baker & Mckenzie a Chicago - città nella quale crebbe “politicamente” anche Barack Obama, come racconto nel mio saggio, L’altra faccia di Obama - dopo aver essersi distinta come stagista presso l’ufficio del deputato William Cohen, che da lì a poco venne nominato Segretario della Difesa sotto il Governo Clinton.

Nel 1995 venne nominata Presidente del consiglio di amministrazione dello studio.
Nel 2005 entrò a far parte del Consiglio per il Controllo della multinazionale olandese ING Groep, una delle società finanziere più importanti al mondo. Nello stesso anno fu nominata Ministro delegato al Commericio nel governo Dominique Villepin.

Ma non è nel suo curriculum come avvocato che va rintracciata l’origine del suo potere all’interno del Gruppo Bilderberg.


Verso una governance mondiale

La Lagarde, infatti, militava nel Center for Strategic & International Studies (CSIS). Nel seno di questo think tank, co-presiedeva insieme al mentore di Obama, Zbigniew Brzezinski la commissione Action USA/UE/Polonia, che si occupava in modo particolare del gruppo di lavoro Industrie della Difesa USA-Polonia (1995-2002) e delle questioni riguardanti la liberalizzazione degli scambi polacchi.
Nel 2003 divenne inoltre membro, dentro il CSIS, della Commissione per l’Amplificazione della Comunità Euro-Atlantica insieme al suo caro amico Brzezinski.

Membro ormai fisso da anni del Club Bilderberg, Lagarde si è distinta negli anni passati per la sua teorizzazione della necessità di introdurre una nuova moneta unica di scambio. La sostituzione del dollaro non avverrebbe così, come invece chiesto da Strauss-Kahn, con l’euro o un’altra valuta, ma con l’introduzione di una nuova moneta unica mondiale. A questa proposta si affianca il principio per cui si dovrebbe istituire una governance mondiale, ovvero l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale, propugnata dai colleghi del Gruppo Bilderberg.

Ora, con la sua elezione a capo del FMI, forse, gli sforzi degli Illuminati per l’introduzione di un Nuovo Ordine Mondiale prenderanno un’accelerata imprevista…

LINEE DI SANGUE ALLA CASA BIANCA.

LE ORIGINI "REALI" DI BARACK OBAMA

di

Enrica Perucchietti


Dopo due anni e mezzo di dubbi sulle vere origini di Barack Obama, il Presidente americano ha deciso di farla finita con le macchinazioni facendo pubblicare on line il suo certificato di nascita per esteso: «Sono americano. Sono nato alle Hawaii, il 4 agosto 1961, all’Ospedale Kapiolani di Honolulu. Ora però basta con queste fesserie, ho cose più importanti da fare» ha concluso mezzo stampa. Un modo per zittire finalmente i cosiddetti "birthers", ovvero coloro che pensano che sia nato in Kenya. Già, perché tra giornalisti e comuni cittadini, è iniziato a serpeggiare ancora prima della sua vittoria elettorale il dubbio che Obama non fosse nato realmente alle Hawaii e che quindi non fosse legittimato a diventare Presidente. La teoria è stata suffragata dalla nonna materna di Obama, Sarah Onyango, che ha candidamente confessato ai giornalisti che il nipote è nato in Kenya, all’ospedale di Mombasa. Solo una volta rientrati a Honolulu i genitori di Barack, Obama senior e Ann Dunham, sarebbero riusciti a registrare la nascita del figlio all’anagrafe hawaiana. Depositario di prove materiali a sostegno di quanto afferma Sarah Onyango sarebbe un imam di Mombasa…


Perché ora?

La prova regina che dimostrerebbe una volta per tutte la legittimità del Presidente - in vista della ricandidatura alle elezioni del 2012 – non è servita però a spazzare via ogni dubbio. La maggior parte dei birthers ha accolto con freddezza la pubblicazione del certificato, considerandolo un falso. Perché, infatti se Obama è nato il 4 agosto, è stato registrato soltanto quattro giorni dopo? Perché il certificato si trovava in un volume vecchio e logoro mentre le scritte campeggiano nitide? Ad avvalorare i sospetti dei complottisti le dichiarazioni del Governatore democratico delle Hawaii, William Quinn, che due anni or sono si è visto costretto ad ammettere pubblicamente «di aver cercato ma non trovato il certificato originale di nascita» di Obama, ovvero quello «che indica il nome del dottore che l’ha fatto venire alla luce». Miracolosamente in vista delle rielezioni del 2012 il certificato è saltato fuori, pronto per essere pubblicato e spazzare via i sospetti che si annidavano sulla Casa Bianca.

 

Ma perché Obama è uscito allo scoperto su questo tema solo adesso, dopo due anni di stizzito silenzio? Due le ragioni principali. Le voci dei birthers continuavano a diffondersi sul web, sempre più insistenti, configurandosi come un ostacolo per la campagna elettorale del prossimo anno. Ultimo in ordine di tempo Donald Trump, il potenziale candidato repubblicano alla Casa Bianca, che nei mesi scorsi ha rilanciato con forza il quesito sulle reali origini di Obama. E non è un caso che, pochi minuti dopo le dichiarazioni di Obama, Trump, a caldo, abbia espresso tutta la sua soddisfazione: «Oggi sono orgoglioso di me stesso. Sono riuscito a ottenere ciò che altri non sono riusciti a ricavare in tanti anni. Spero che il certificato sia autentico. Voglio vederlo di persona. Detto questo mi chiedo perchè Obama non l’abbia mostrato prima». La seconda ragione è il polverone suscitato dall’uscita del libro di Jerome Corsi, Where is the Birth Certificate? che svela i tentativi di insabbiare la faccenda da parte della Casa Bianca e i milioni di dollari in spese legali per evitare di mostrare il certificato di nascita. Fino ad ora.


Il ruolo della CIA

Le teorie complottiste sulle origini di Obama non terminano qui. Gli attivisti statunitensi, oltre a far emergere i legami dei genitori, padre, madre e patrigno con la cia di cui parlo tra le altre cose in L’altra faccia di Obama, hanno messo in dubbio la veridicità dell’intera biografia del Presidente, essendo mancati quasi tutti i suoi parenti più stretti. Da qua l’idea del Presidente fantoccio, cresciuto – o meglio “costruito” – sotto la protezione degli Illuminati e pilotato dalla cia secondo trame occulte per raggiungere la Casa Bianca nel momento di attesa di un cambiamento. Gli indizi sono sparpagliati come tasselli di un puzzle che basta ricomporre con cura: troppi i dubbi lasciati alle spalle del Presidente a indicare che non tutto ciò che è stato raccontato corrisponde a verità.


Qui non può accadere

In questo senso la settima arte ha cavalcato i sospetti dell’elettorato dando vita a un filone di film, telefilm e cartoon ispirati esplicitamente all’ambivalenza del Presidente americano. Sembra che i Media, a partire dal telefilm V, abbiano raccolto per primi questa frustrazione diffusa nella popolazione e alzato il velo sul “personaggio” Obama, diffondendo un’immagine tutt’altro che rassicurante del Presidente attraverso la metafora dell’alieno. Forse questo dubbio serpeggiava già nelle menti comuni, ma il canto delle promesse di Obama era talmente rassicurante da impedir loro di ascoltare altro se non esso. A fare da apripista il telefilm V, remake del celebre cult anni ‘80 Visitors. Creato da Kenneth Johnson, il telefilm originale era ispirato al romanzo del premio Nobel per la Letteratura John Sinclair Lewis, It can’t happen here. “Qui non può accadere”, citava il titolo del romanzo fantapolitico che nel 1935 raccontava la scalata al potere di un presidente populista – che si scopre essere fascista – e l’evoluzione di un politico apparentemente democratico in dittatore. Se le similitudini con il telefilm originale scarseggiano, le analogie con il capo dei V nell’omonimo remake sono impressionanti. A un esame più attento si affaccia l’ipotesi che i produttori, già sceneggiatori di 4400 (Scott Peters, Jace Hall, Steve Pearlman e Jeffrey Bell), abbiano voluto diffondere un messaggio di allarme che agisse a livello inconscio sugli spettatori, così come quasi trent’anni fa avevano fatto i creatori dei Visitors. Diffidare di chi si presenta come pecora o Salvatore, di chi promette di cambiare il sistema, perché dietro le promesse potrebbe nascondersi l’immagine dell’alieno rettiliano, freddo, razionale, senza emozioni, che cela il proprio volto disgustoso, le proprie intenzioni belliche agli umani diffondendo un messaggio di pace, speranza, fratellanza. Ma che per insinuarsi nella nostra società e prenderne il potere ha bisogno necessariamente del consenso.


Dietro il telefilm V

Se oltreoceano le allusioni al Governo Obama sono passate inosservate ai più, negli usa hanno suscitato un vero e proprio polverone. L’attrice che interpreta la regina Anna, Morena Baccarin, intervistata su tali analogie, ha faticato non poco a difendere la sceneggiatura dai critici che l’hanno bollata come una vera e propria campagna diffamatoria contro il Presidente Obama: «Sicuramente la serie riflette la società moderna, ne trae spunto, pensiamo alla sanità, al terrorismo, dell’economia e del potere dei Media, ma c’è una cosa che secondo me vuole far passare come messaggio e cioè che il genere umano è in grado di unirsi e avere la forza di reagire se vuole» ha spiegato l’attrice. Ma reagire a che cosa? Nel telefilm l’umanità si coalizza contro l’invasione dei rettiliani: nella realtà, invece, quale sarebbe il pericolo prospettato dagli sceneggiatori? Alla domanda diretta sulle analogie con l’amministrazione Obama, Morena Baccarin ha cercato di sviare rispondendo: «Non c’era l’intenzione di criticare Obama, ma di fatto è interessante osservare come il mondo abbia voluto leggere tra le righe un simile messaggio. Io, lo dico una volta per tutte, sostengo Obama, l’ho votato, ma non posso nascondere di nutrire sentimenti contrastanti verso la sua riforma sanitaria anche se per potermi esprimere davvero sull’argomento dovrei approfondirlo».


La metafora del rettiliano

Nel telefilm la figura del rettiliano serve solo come pretesto per diffondere il dubbio di un pericolo imminente, ovvero la costituzione di un Governo Globale di stampo fascista: il Nuovo Ordine Mondiale. Gli alieni capeggiati da Anna incarnano il timore che forze democratiche all’apparenza vicine al popolo, gentili e rassicuranti, possano instaurare una vera e propria dittatura attraverso un progressivo consenso della popolazione. Prima di un colpo di stato c’è infatti bisogno del consenso popolare per arrivare al potere e alla sovversione dei diritti costituzionali. C’è bisogno di un momento di transizione in cui il popolo esasperato per una determinata situazione – ad esempio la crisi economica o un attacco terroristico come l’11 settembre – ceda alla tentazione di affidare le proprie libertà a un politico populista. Così la riforma sanitaria, la rivoluzione verde, il rilancio degli OGM e la tecnologia di microimpianti sottocutanei presenti nell’agenda di Obama sarebbero solo il pretesto per l’asservimento graduale della popolazione americana. Che cosa è stato infatti del cambiamento promesso in campagna elettorale? Forse che l’impegno a portare aria di novità non poteva essere ottemperato da un uomo che non è altro che il prodotto delle élite di Wall Street, delle lobby che detengono il potere e le fila della politica negli usa? La sua elezione, scaturita sull’onda dell’emotività collettiva, sembrava volta a mettere la parola fine a secoli di razzismo, ad anni di guerre, alla distruzione dell’ambiente, alla fine delle lobby finanziarie. Le elezioni di metà mandato hanno invece dato voce alla delusione dell’elettorato tradito dall’inganno. Dall’imbroglio in cui avevano risposto fiducia e speranza per il futuro. Alzando il velo sull’amministrazione Obama si svela il segreto del Governo Occulto che tira le fila del destino del mondo. Un’elite occulta la cui esistenza era già stata svelata da John Fitzgerald Kennedy che aveva promesso ai Media, ma soprattutto ai cittadini, di tentare almeno di scardinare il Governo Ombra che da tempo manovra i Presidenti americani. Di nazionalizzare l’emissione della moneta – che avrebbe significato la fine del signoraggio bancario – il ritiro delle truppe dal Vietnam, la fine dei test nucleari e l’apertura dei dossier segreti sugli ufo. La fine di JFK è nota.


Vengo da Krypton

In un comizio pubblico Obama, scherzando di fronte alla folla, ha dichiarato: «Non sono nato in una mangiatoia… vengo da Krypton», alludendo ovviamente al pianeta d’origine di Kalel, ovvero Superman. E se la metafora kryptoniana si addicesse davvero a questo Presidente che con il colore della sua pelle e i suoi messaggi di pace si è presentato davvero alla scena mondiale come un alieno, diverso dai predecessori lobbysti? Un outsider, un Messia multirazziale capace di cambiare il sistema, di innovarlo, di riportare la speranza dopo un decennio di Governo Bush ma che potrebbe invece rivelarsi come un alieno infiltrato tra noi umani, con scopi non pacifici?


Rettiliani, vampiri e massoni

Che cos’è dopotutto il personaggio del rettiliano se non la rivisitazione contemporanea del mito del vampiro? Entrambi suadenti e “aristocratici”, seducono l’uomo per cibarsene: l’uno del sangue, che ne rappresenta la vita, l’altro dell’anima o della carne. Sono creature algide, affettate, gentili, che nascondono dietro le maniere educate intenzioni maligne. Il rettiliano è stato in tempi moderni accostato da alcuni ufologi a teorie del complotto: David Icke su tutti, parla di un complotto ordito dalla Setta degli Illuminati per la costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale. I membri di questa potente élite, che detiene le sorti economiche e politiche del mondo, sarebbero in realtà ibridi rettiliani, dei mutaforma. In questo senso il web trabocca di filmati, fotografie, discussioni sui forum in merito alla possibilità che Obama sia uno shapeshifter. Alcuni ricercatori ritengono invece che sia un automa: la sua comparsa improvvisa sul panorama politico, i black out nella sua biografia non giovano a chiarire le ombre della sua vita. In questo senso Eric Spiegelmann ha condotto un’analisi sul sorriso statico di Obama suggerendo l’idea che possa trattarsi di un automa (http://tpmcafe.talkingpointsmemo.com/talk/blogs/spiegelman/2009/09/barack-obamas-amazingly-consis.php). Che abbia sempre lo stesso sorriso anche quando uccide una mosca in mondovisione non è certo una prova che sia un robot, ma getta un’ombra di inquietudine su un Premio Nobel alla Pace che schiaccia un insetto rimanendo perfettamente impassibile. E sempre sorridente.


La grande parodia

Andando oltre l’interpretazione meramente “materialistica” sostenuta da Icke, i rettiliani e i loro antenati vampiri non sono altro che metafore dei demoni che si nascondono dietro le gerarchie di potere, conosciuti sotto il nazismo come “Maestri Sconosciuti” o “Antichi”, grazie all’influenza della Società Teosofica. Per l’occultismo queste entità, provenienti da altri mondi, intesi come altre dimensioni del reale, si cibano non solo dell’anima dell’uomo, ma delle sue emozioni, dei suoi eccessi, in primis paura, rabbia, violenza. Questa l’interpretazione più sottile, esoterica. Occultismo, esoterismo e ufologia parlano da decenni delle stesse realtà dandone nomi diversi. Fornendo soluzioni alternative. Gli ufologi interpretano gli “arconti” dello gnosticismo o i parassiti dell’occultismo come vere e proprie entità in carne e ossa che controllerebbero il corpo ospite manipolandone volontà e azioni. La psichiatria tenta di curare questi demoni della mente con i farmaci, la psicoanalisi di affrontare l’Ombra, di scandagliare l’inconscio, mentre la letteratura e il Cinema traggono ispirazione dal fascino per l’ignoto. Ma è la realtà che ha ispirato la letteratura con creature malefiche realmente esistenti, oppure sono i sogni, gli incubi, le Ombre ad aver dato vita a teorie al limite della fantascienza e della paranoia? Oppure i demoni ci ingannano – come soleva fare il dio Burlone – se è vero, come sosteneva Lattanzio, che «operano in modo che ciò che non esiste si mostri all’uomo come se in realtà esistesse»? Questa è l’interpretazione gnostica del «mito moderno degli alieni» spiegato da un discepolo di René Guénon, Jean Robin in Ufo, la grande parodia. Secondo Robin il mito extraterrestre andrebbe interpretato come una vera e propria falsificazione, una forma di inganno anticristico portato avanti da un’intelligenza metafisica per irretire l’uomo nelle trame di un progetto di cui non conosciamo il fine, convincendolo ad abbracciare il “culto dei dischi volanti”, dove la spiritualità è sostituita da un materialismo tecnologico. Che cosa credere? Un documento dell’FBI datato 1947 e reso noto soltanto ora sembrerebbe avallare l’ipotesi parafisica degli ufo. Il messaggio che si cela dietro le immagini in fondo è lo stesso: una battaglia tra le forze del Bene e del Male – sia essa da intendersi a livello metafisico, eterno, oppure terreno, etico – tra chi per sete di potere e denaro vuole asservire l’uomo a piani occulti. Anche in questo caso permane la doppia interpretazione: lettera e spirito. L’una non esclude l’altra, esse si completano.


«Veniamo in Pace, sempre»

«Veniamo in pace, sempre» ripete Anna, così come Obama, nei mesi che hanno preceduto il suo insediamento alla Casa Bianca, ha ripetuto di voler riportare le truppe americane in patria, abbandonando la disastrosa spedizione in Iraq. Da qui il Premio Nobel assegnato “alle intenzioni” al neo Presidente che, invece, appena eletto, ha modificato versione, posticipando il rientro delle truppe e inviando persino in Afghanistan 30mila nuovi marines, espandendo il budget del Dipartimento della Difesa con lo scopo di posizionare nuove truppe americane oltreoceano per circondare Russia, Iran e Cina, fino alla campagna militare in Libia dopo il sostegno militare da parte della CIA dei ribelli. “Bombardamento pacifico”, sono arrivati a chiamarlo alcuni giornalisti asserviti al potere. Ma le iniziative d’aggressione in materia di politica estera non finiscono qui. L’amministrazione Obama ha anche gettato le basi per la costituzione di un esercito paramilitare, continuando nella direzione intrapresa da Bush sul fronte della limitazione delle libertà civili. Questa è la pace secondo l’amministrazione Obama.


Obama e la Massoneria

Il coinvolgimento di Obama e del suo staff a élite occulte di cui parlo in L’altra faccia di Obama non si ferma al Gruppo Bilderderg: è solo la punta dell’iceberg. Sotto questo spuntone si celano infatti la Massoneria e l’Ordine degli Illuminati. Uno dei primi a rivelare l’affiliazione di Obama alla Massoneria americana Prince Hall con il 32° grado è stato l’ex Illuminato Leo Zagami che, in un’intervista fiume di tre ore a Kerry Cassidy e Bill Ryan del Project Camelot aveva predetto con un anno di anticipo l’elezione di Obama alla Presidenza. Il “Maestro Venerabile” della p2 Licio Gelli ha invece ammesso il rapporto che intercorre tra gli inquilini della Casa Bianca e la Massoneria, sottolineando che «negli Stati Uniti, se non si passa attraverso la Massoneria, non si va avanti. Credo che soltanto quattro o cinque Presidenti non siano stati massoni». Obama non sembra essere da meno dei suoi predecessori, anche se Zagami ha precisato che il Presidente, in quanto di origini afroamericane per parte di padre, sarebbe affiliato alla Prince Hall, la Massoneria di colore statunitense. Obama sarebbe membro onorario della storica African Lodge 459 di Boston: si tratta della loggia più importante in assoluto della Massoneria Nera Americana. Una foto diffusa su internet ritrae un giovane Obama alla Punahou School stringere la mano in tipico saluto massonico al suo professore durante la consegna dei diplomi. Donald Trump continua a chiedersi come abbia fatto Obama, di umili origini, senza borsa di studio e senza capacità particolari, a entrare in Università come la Columbia e Harvard. Sembra infatti che il coinvolgimento dei genitori nella cia abbia spianato la strada al figlio che sarebbe stato arruolato dall’Agenzia lavorando a New York presso la B.I.C, la Business International Corporation, società di copertura. Ma perché proprio Obama? Per rispondere a questa domanda basta interrogare la linea del sangue.


Linee di Sangue

Nessuno avrebbe mai potuto pensare infatti a una parentela tra Obama e i precedenti Presidenti. Obama ama definirsi figlio e nipotE di “pastori di pecore”, alludendo alle origini africane del padre. È stato però lo stesso Obama a farsi autogol in un passaggio della sua opera autobiografica Dreams from my Father, dove racconta che uno degli antenati del Kentucky di sua madre «si diceva fosse cugino di secondo grado di Jefferson Davis», il primo Presidente degli Stati Confederati d’America! Colui che ha impostato l’intera campagna elettorale sul mantra del “cambiamento” è infatti imparentato con Jefferson Davis e con… Dick Cheney! Lynn Cheney, moglie del vice-presidente usa sotto il governo Bush, ha dichiarato al Times di aver scoperto una parentela tra suo marito e Obama mentre stava passando in rassegna alcuni documenti dei suoi antenati. Obama e Cheney sono cugini di ottavo grado, mentre Obama sarebbe cugino di undicesimo grado nientemeno che di George W. Bush e di decimo con Sarah Palin. Bruce Harrison, fondatore del Waikoloa-based Family Project, e la Millisecond Publishing hanno rivelato di aver trovato collegamenti genealogici tra Obama e i Presidenti George Washington, James Madison, Harry Truman e Jimmy Carter e con Winston Churchill. Ancora una volta Presidenti e regnanti si trovano imparentati. I presidenti degli Stati Uniti, infatti, appartengono a una sorta di dinastia reale, identica a quelle d’Europa. Dei 43 Presidenti – senza tener conto di Obama - infatti, ben 34 discendono geneticamente da Carlo Magno. Con Obama saliamo a quota 35.


Sangue blu

Ritorniamo così alle teorie del Sangreal di Laurence Gardner e David Icke: una particolare linea di dna “reale” che si trasmetterebbe meticolosamente nelle dinastie degli Illuminati e che conterrebbe una “corruzione” genetica, ovvero un’ibridazione rettiliana. Queste stirpi e i loro attuali discendenti sarebbero riconducibili oggi a tredici famiglie, ognuna avente particolari caratteristiche genetiche. A parte la fantasiosa cronistoria delle origini assai discutibile – Icke come molti altri cospirazionisti rintraccia le origini della Massoneria e degli Illuminati alla mitica Atlantide – gli Illuminati nel corso dei secoli si sarebbero adoperati con ogni mezzo possibile per «centralizzare il potere globale e completare la loro Grande Opera». Quale? Niente di alchemico, si badi bene. Personalmente sono tra coloro che faticano a digerire la teoria di una cospirazione globale facente capo a ibridi rettiliani: ritengo che la chiave del mistero vada sì rintracciata nel “sangue” ma in chiave esoterica. Ma che siano alieni in carne ed ossa o contenitori parassitati da entità altre a questa dimensioni, o ancora semplici manchurian candidate manovrati da un’élite occulta, l’obiettivo delle loro trame politiche non cambia. La loro interferenza è sempre più evidente.

Quale?

La costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale.

OBAMACARE E PROVE GENERALI PER

L'INTRODUZIONE DEL MICROCHIP SOTTOCUTANEO

di

Enrica Perucchietti


Né George Orwell, né Aldous Huxley nelle loro distopie si erano spinti così lontano da poter prevedere l’avvento di una popolazione controllata da microchip sottocutanei. 1984 e Il Mondo Nuovo ci hanno tramandato due sistemi totalitari che hanno preceduto sulla carta, con inquietante forza visionaria, innovazioni politiche che ci hanno reso progressivamente sempre più “trasparenti” e schiavi di fronte all’ingerenza statale. Già nel 1932 Huxley era arrivato a prevedere addirittura un sistema in cui gli abitanti sono concepiti e prodotti industrialmente in provetta. Sotto il mito del progresso i cittadini vengono condizionati fin dall’infanzia con tecnologia e droghe e da adulti si ritrovano ad occupare ruoli sociali prestabiliti dalla nascita. La rinuncia a ogni emozione, privacy, libero arbitrio che contraddistingue il Grande Fratello di Orwell e lo stato totalitario di Huxley offrono però ancora in minima parte una via di fuga, di reazione anarchica alla violenza livellatrice dello Stato. In 1984 il protagonista Winston Smith può ancora provare almeno a ribellarsi, allontanandosi dai centri abitati e tramando con l’amante lontano dall’occhio onnipresente del Grande Fratello. Questo perché nel mondo immaginato da Orwell i cittadini non sono ancora totalmente “trasparenti”. Essi sono sottomessi a un controllo quasi totale ma non del tutto globale. La transizione sta per essere attuata ora sotto l’amministrazione democratica di Barack Obama che si avvia alla riconferma nelle Presidenziali del 2012. A dimostrazione che il Presidente americano più che un outsider della politica si è rivelato in linea con gli interessi delle lobbies, che non distinguono tra democratici o repubblicani. È la Casta americana che macina provvedimenti per il proprio tornaconto e che sulla propria agenda politica ha l’ennesimo chiodo da piantare nella bara della nostra privacy.

 

Microchip per tutti

Se posso mettere un microchip al mio cane per ritrovarlo quando scappa, perché dovrebbe essere illegale fare lo stesso con un messicano?”. La provocazione a dir poco delirante è stata lanciata dal candidato repubblicano al Congresso USA Pat Bertroche. In attesa che la proposta di siglare gli stranieri irregolari o non regolari sul territorio sbarchi anche in terra Padana, l’argomentazione ha suscitato un putiferio in America. Il pensiero è corso subito ai tatuaggi dei deportati nei campi di concentramento nazisti. Si sbaglierebbe chi ritenesse questo genere di proposta soltanto una provocazione estrema in materia di sicurezza. Il ricorso a microchip sottocutanei per “mappare”, controllare e, chissà, manipolare a distanza gli individui non interessa soltanto gli stranieri. Le iniziative da stato fascista globale si stanno infatti insinuando in campo medico grazie anche ai democratici. Quale metodo migliore per controllare la popolazione che dotarla di microchip come le bestie dietro motivazioni sanitarie? Violare i diritti civili di stranieri per quanto illegale desterà sempre reazioni contrastanti, anche violente perché i detrattori della proposta faranno appello a concetti quali razzismo, violenza sui più deboli, etc. Ma se si convincesse invece la popolazione della necessità dell’inserimento di chip sottocutanei in ogni membro del Paese per il proprio bene - come nel caso di vaccini forzati per contrastare fantomatiche pandemie – allora si raccoglierebbero minori resistenze. Ci verrà detto che è per il nostro Bene e molti di noi cadranno nella trappola facendosi impiantare i dispositivi sottocutanei, senza riflettere prima sulle conseguenze.

 

La paura come metodo

Per la costituzione di uno stato fascista globale il primo passo è manipolare il pensiero, le credenze delle persone, inserendo emozioni di terrore, destabilizzazione, rabbia, ansia, per poi proporre una soluzione alle paure collettive. È il sistema di azione-reazione descritto ampiamente da David Icke nei suoi saggi. Creare un sistema di paura pubblica con l’identificazione di un nemico visibile o invisibile che sia – terroristi, epidemie, crisi finanziarie - alimentare costantemente queste paure fino al parossismo bombardando le persone con immagini o notizie quotidiane di violenza, scardinando ogni sicurezza per poi costringere i cittadini ad accettare delle limitazioni alla propria privacy come ovvie misure di sicurezza. Una limitazione delle proprie libertà civili. Da qui le ben note norme contenute nel Patriot Act, l’introduzione di telecamere, bodyscanner negli aeroporti o nei luoghi ad alto rischio attacco, satelliti, intercettazioni di conversazioni telefoniche o mail private etc. Un graduale allentamento delle libertà individuali per garantire la sicurezza dal nemico che si aggira tra noi. Un insieme di limitazioni che Obama, lungi dal sopprimere come promesso in campagna elettorale, sta portando avanti seguendo le orme di George W. Bush: con la notizia della “morte” di Osama bin Laden – vera o falsa che sia – gli USA si sono visti “costretti” a incrementare gli investimenti sul fronte Sicurezza. Dal 2001 a oggi la Difesa americana ha stanziato 2 mila miliardi di dollari in programmi di antiterrorismo. Ma anche in Europa siamo mappati, marchiati, monitorati e neanche ce ne rendiamo conto. O forse ci fa comodo non rendercene conto per aggrapparci a quell’idea di sicurezza effimera che ci propinano i governanti. Alle norme di controllo globale per garantire la sicurezza – attraverso l’accrescimento delle paure collettive - si affianca un processo più strisciante che affonda i propri tentacoli in quell’apparato che dovrebbe invece garantire la salute delle persone: la sanità. L’introduzione dei microchip passerà in primis dal campo psichiatrico, dove le vittime sono da sempre le più deboli…

 

I Verichip per salvarvi la vita

La Food and Drug Administration ha infatti dato il permesso alla vendita dei Verichip, prodotti in Florida dalla Applied Digital Solution, e al loro impiego in campo medico. Il dispositivo, della grandezza di un chicco di riso, verrebbe inserito sotto la pelle del braccio o della mano con una siringa. Contiene un numero per l’identificazione del paziente. Il portatore del dispositivo, una volta arrivato in ospedale anche in stato incosciente, se dotato di Verichip, sarebbe in grado di trasmettere una cifra legata alla cartella personale. In questo caso il beneficio promesso sarebbe la possibilità di effettuare diagnosi più veloci e la riduzione di rischi legati a somministrazione di farmaci sbagliati qualora vi siano delle intolleranze o allergie. Per favorire l’utilizzo del Verichip negli USA la Applied Digital ha gentilmente promesso gratuitamente a più di 200 ospedali e istituti privati gli scanner per leggere i dispositivi sottocutanei. Lo scenario di orwelliana memoria assume contorni più chiari in vista della Riforma Sanitaria di Obama: se tutti possono accedere alle cure, tutti possono essere altresì curati e sottoposti a trattamenti obbligatori quali vaccini o impianti…

 

I VeriChip sono già realtà

Vi sembrano teorie fantascientifiche? Sappiate invece che il VeriChip è già approdato in Messico, dove la società distributrice Solusat ha già impiantato un migliaio di pazienti. Il dispositivo è arrivato anche in Europa. In Italia è ancora al vaglio.

Che cosa c’entra Obama con tutto questo? Dietro l’estensione della riforma sanitaria a tutti i cittadini americani – che come spiego nel mio libro L’altra faccia di Obama avrà come conseguenza primaria l’arricchimento delle società di Assicurazione, non il benessere dei contribuenti - potrebbe esserci una ragione occulta, meno umanitaria del previsto. La legge di riforma sanitaria introdotta da Obama fa infatti riferimento all’introduzione di un dispositivo di “registro di sistema” di classe 2 che viene descritto come “un dispositivo impiantabile di transponder a radiofrequenza che sia in grado di registrare i crediti, i dati di anamnesi del paziente – standardizzati e con immagini analitiche che permettano la condivisione degli stessi in diversi ambiti – oltre a qualsiasi altro dato ritenuto opportuno dal Segretario”. Insomma, per poter avere un’anamnesi immediata di un paziente, per poter monitorare i senzatetto e i pazienti psichiatrici – e magari gli stranieri – per razionalizzare la sanità, Obama ha pensato bene di inserirlo, anche se per ora non in via obbligatoria, all’interno della riforma. All’approvazione della Food and Drug Administration la percentuale della popolazione favorevole all’impianto del dispositivo, nel 2004, salì dal 9 al 19%. E se il chip venisse promosso, consigliato o addirittura obbligatorio per accedere alle cure statali a quanto salirebbe il consenso?

Se il Verimed nasce sul mercato civile per le sue applicazioni mediche, il Verichip più in generale può essere usato in vari campi della società, sicurezza, finanza, identificazione di emergenza, etc. Il chipping avviene in una ventina di minuti in anestesia locale. Una volta inserito sottopelle, il chip rimane invisibile a occhio nudo. Intanto una piccola quantità di energia in radiofrequenza parte dallo scanner e stimola il dispositivo inattivo che emette il numero di verifica tramite segnali in radiofrequenza. In questo modo il portatore del chip può essere sempre rintracciato, da qui l’idea di inserirlo tra i senzatetto e gli stranieri… Il sistema di introduzione del chip tra la popolazione di una nazione avverrà infatti con la sua applicazione medica in forma di VeriMed; una volta raccolto il consenso della maggior parte dell’opinione pubblica potrà essere reso obbligatorio come certi vaccini ed esteso ad altre applicazioni. Non occorre molta fimmaginazione per prevedere le conseguenze di tale progetto: una volta marchiati saremmo controllati da uno stato fascista globale, ben oltre l’Occhio elettronico del Grande Fratello, che poteva almeno sfuggire ad alcune zone out della società… Non bastava il controllo attraverso dispositivo GPS dei cellulari o dei navigatori satellitari, delle etichette nei vestiti, delle tracce lasciate da carte di credito, tessere fedeltà, bancomat etc. Con l’introduzione dei chip saremo sempre raggiungibili, controllati. Insomma, trasparenti.

 

Verso una popolazione di “vetro”

Se in 1984 l’azione sovversiva contro il totalitarismo era ancora possibile anche se ardua, una volta impiantato il chip il controllo sarà globale. Chi è davvero disposto a rinunciare alla propria libertà pur di vivere in una società - forse più ordinata - ma controllata in tutto e per tutto fin nell’intimità, senza possibilità di autodeterminazione, di scelta? La distopia orwelliana è forse vicina più di quanto non si pensi? Il controllo capillare e pervasivo sarebbe completo in caso di chipping di tutta la popolazione: nessuno sfuggirebbe ai Sorveglianti. Ognuno di noi sarebbe un “uomo di vetro”, trasparente, sotto costante controllo, addomesticato. Lo sguardo del Governo ci seguirebbe in ogni attimo della nostra esistenza. L’occhio elettronico del Grande Fratello accompagnerebbe costantemente ogni nostra azione grazie alle frequenze emesse dal chip. E non si può escludere che le sperimentazioni di impulsi a distanza nel campo della guerra – che vedremo più avanti - per modificare il comportamento dei soldati non vengano adottate anche nella vita quotidiana. La degenerazione della democrazia in totalitarismo sarebbe completa con la realizzazione di un sistema di ingerenza totale nella vita quotidiana dei cittadini: il rischio di una “gogna elettronica” avanzato dal giurista Stefano Rodotà, già presidente della Commissione scientifica dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione Europea, pende davvero sulle nostre teste? Stiamo rinunciando alle nostre libertà individuali per l’illusione di più sicurezza e controllo sulle nostre strade? Dalla videosorveglianza sulle strade, negozi, luoghi pubblici alle banche date che da carte di credito, abbonamenti tv e web registrano ogni nostro consumo, tendenza, interesse. Siamo già controllati, schedati. La ricerca e l’attuazione di un sistema di trasparenza e controllo globale sono valori o rischiano di degenerare in un incubo collettivo? Fino a che punto siamo disposti a sacrificare il diritto alla privacy per l’illusione di sentirci più sicuri?

 

Una popolazione di ibridi

Con l’aumento degli attentati veri o presunti, del terrore, di stragi o sparizioni di bambini la popolazione mondiale si sentirà obbligata ad accettare l’inserimento dei chip sottocutanei per tutelarsi dalle “atrocità” che ogni giorno si sentono in televisione o ci raccontano i giornali. Con spontaneità l’obbligo ai microchip diventerà globale e la popolazione diventerà infine simile a un gregge schedato di pecore. Chi si rifiuterà di divenire un “ibrido di intelligenza elettronica e anima” - citando il dottor Peter Zhou, creatore del microchip Angelo Digitale - verrà bollato come probabile criminale, avendo sicuramente qualcosa da nascondere. Verrà segnalato alle autorità, costretto a piegarsi o a vivere fuori dalla società. I VeriChip non sono gli unici dispositivi per ora sul mercato. La Motorola ha prodotto per la Mondex Smartcard dei dispositivi dotati di GPS che i Paesi dell’Unione Europea stanno pensando di adottare per la semplificazione dell’unificazione monetaria. Dall’anamnesi del paziente passiamo così alla giustificazione dell’impianto per i pagamenti! Così come il VeriChip misura 7 mm di lunghezza e 0,0775 di larghezza, contiene un transponder e una batteria a litio ricaricabile tramite la temperatura corporea. La Mondex, che ha acquisito il 51% del pacchetto azionario della Mastercard, ha speso 1,5 milioni di dollari per effettuare studi sul Biochip. Da queste ricerche sarebbe emerso che i posti più adatti per inserire il dispositivo sarebbero il capo sotto la fronte e nella mano destra. In questo caso la ragione ufficiale per l’impianto sarà la facilitazione del pagamento in sostituzione di denaro corrente o carta di credito, a cui si andrà ad affiancare la procedura di riconoscimento della persona e il ritrovamento di persone scomparse, siano essi bambini oppure criminali… Insomma una carta d’identità elettronica munita di GPS per essere rintracciati ovunque. Ed ecco che il Grande Fratello è realtà! Inoltre per evitare la clonazione dell’impianto o meglio l’estrazione individuale del chip, il dispositivo contiene litio che nell’ipotetico tentativo di estrazione si romperebbe creando una vescica sottocutanea e la dispersione di sostanze chimiche dannose. Oltre, ovviamente, a essere rintracciati immediatamente dai Sorveglianti…

 

Manipolazione a distanza

Tra i teorici del complotto a insistere sull’ipotesi di un progetto segreto di ricerca sul controllo mentale mediante microchip, a fianco di David Icke si schiera la meno nota dottoressa Rauni-Leena Luukanen-Kilde, ex medico finlandese nota tra gli appassionati di ufologia per i suoi saggi nel campo UFO. La Rauni Kilde sostiene che sia possibile controllare il comportamento delle persone e influenzarne a distanza le azioni medianti l’impianti di microchip nel cervello, simili a quelli che le entità aliene impianterebbero nell’encefalo degli addotti nella zona ipofisaria. Sul giornale Spekula la Rauni Kilde pubblicò un lungo articolo sugli impianti sottocutanei mettendo in guardia gli americani dal pericolo di controllo di massa imminente. Ecco alcuni stralci: “È tecnicamente possibile inserire ad ogni neonato un microchip che potrebbe servire per identificare una persona per il resto della sua vita. Simili piani sono stati discussi segretamente negli Stati Uniti, senza nessuna esposizione delle questioni relative alla privacy […] Gli esseri umani con impianti possono essere seguiti ovunque: le funzioni cerebrali possono essere monitorate a distanza da supercomputers e persino alterare mediante il cambiamento delle frequenza. Cavie di esperimenti segreti sono stati detenuti, soldati, malati di mente, bambini portatori di handicap, audiolesi, ciechi, omosessuali, donne single, anziani, scolari e qualsiasi gruppo di persone considerato marginale dalle elites di sperimentatori”. La Rauni Kilde cita come esempi di primi esperimenti i dispositivi cerebrali impiantati chirurgicamente nel 1974 nello stato dell’Ohio, ma anche in Svezia a Stoccolma: “Elettrodi cerebrali furono inseriti nei crani di bambini, nel 1946, senza che i genitori ne fossero a conoscenza. Negli anni ’50 e ’60, impianti elettrici furono usati nel tentativo di cambiare il comportamento umano e i suoi atteggiamenti. Influenzare il funzionamento del cervello umano divenne un obiettivo importante dei servizi segreti e militari”. E ancora: “Il sistema elettronico di sorveglianza della NSA può simultaneamente seguire e gestire milioni di persone. Ognuno di noi ha un’unica frequenza di risonanza bioelettrica nel cervello, proprio come abbiamo impronte digitali uniche. Con stimoli cerebrali completamente decodificati dalle frequenze elettromagnetiche, segnali elettromagnetici pulsanti possono essere inviati al cervello creando la voce desiderata ed effetti visivi, perché vengano percepiti dal soggetto prescelto. È una forma di guerra elettronica”. Stando alla teoria della Rauni Kilde sarebbe possibile non solo la costituzione di un esercito composto da cyber soldati da controllare a distanza, ma anche la manipolazione di individui normalissimi che potrebbero essere “accesi” in qualsiasi momento e indotti a credere alla realtà di impulsi elettromagnetici quali allucinazioni visive o uditive creati ad hoc. Allo stesso modo si potrebbe torturare una persona dotata di microchip causandole dolore insopportabile e piegandola alla propria volontà.

 

Retroingegneria: chi copia chi?

La persona dotata di chip può esser manipolata in molti modi. Usando frequenze diverse, si può modificare la vita emotiva di una persona creando una specie di realtà virtuale – come sembra accada anche nelle abductions - attraverso la stimolazione dell’encefalo: “La si può rendere aggressiva o letargica. La sessualità può venire influenzata artificialmente. I segnali del pensiero e le riflessioni del subconscio possono essere letti, i sogni influenzati e persino indotti, tutto senza che la persona con l’impianto lo sappia o acconsenta”. La somiglianza con i rapimenti alieni pone alcuni quesiti che approfondisco in L’altra faccia di Obama: chi copia chi? I militari terrestri hanno adottato la retroingegneria aliena piegandola ai propri obiettivi, oppure le abductions si riducono per lo più a MILABS, ovvero rapimenti da parte di militari che ricostruiscono scenari virtuali in cui sarebbero entità extraterrestri ad agire sugli addotti? Come se questo scenario non fosse abbastanza agghiacciante, ecco aggiungersi in parallelo all’irradiamento tramite impulsi elettromagnetici, i metodi chimici di controllo delle masse. E qua il pensiero corre alle misteriose scie chimiche di più recente comparsa e agli esperimenti che ufficialmente dovrebbero modificare il clima. Droghe, sostanze chimiche tossiche e gas da inalazione potrebbero essere diffusi nell’aria o negli acquedotti. Se negli USA il metodo per influenzare la popolazione a scegliere di farsi impiantare un microchip passerà molto probabilmente per la via della riforma sanitaria, in Europa i governi sembrano aver scelto la strada della moneta unica: sostituire il denaro corrente, carte di credito e bancomat con un chip. La crisi, il caos economico non sarebbero altro che scorciatoie per condurre la popolazione il più velocemente possibile verso il controllo globale. “Quando le nostre funzioni cerebrali saranno ormai connesse ai supercomputers, tramite impianti radio e microchips, sarà ormai troppo tardi per protestare. Questa minaccia può essere sconfitta solo istruendo il pubblico” ha avvisato la Rauni Kilde. E con uno scenario del genere meglio essere pronti e passare per pazzi che farsi trovare impreparati, o come diceva Karl Popper, “il prezzo della libertà è la costante vigilanza”.

inchiesta del maggio 2011

LE NOVE VITE DELLO SCEICCO DEL TERRORE

di

Enrica Perucchietti

 

Osama bin Laden è morto, conferma Al Qaeda, annunciando vendetta. Contro gli USA, contro il Pakistan, contro l’Occidente.

Job well done, risponde a distanza Obama congratulandosi con i Navy Seals. Bel lavoro.

Mentre la gente torna a riversarsi nelle strade intonando YES WE CAN!

La morte dello sceicco del terrore ha riportato la speranza.

Peccato che sia la nona volta dal 2001 che un Capo di Stato o un alto funzionario governativo ne annunci la morte.


La morte del… giornalismo

Che cosa sappiamo veramente dell’uccisione di Osama?

La notizia è stata diffusa in modo lapidario insieme a una vecchia foto ritoccata che ritraeva la salma sfigurata del terrorista.

Nel giro di poche ore si sono avvicendate versioni contrastanti dell’accaduto. Si è detto tutto e il contrario di tutto. Senza smentite ufficiali. Si è lasciato che il mondo divorasse i dettagli più fantasiosi di un’operazione dei Navy Seals lasciando che il verosimile venisse travolto e fagocitato da un mucchio di fandonie. E ci sono cascati tutti in un modo o nell’altro, conficcando ciascuno il proprio chiodo nella bara del giornalismo. Il verosimile che una volta si cercava di far ingerire a forza alla popolazione è stato sostituito con l’inverosimile – come ha ben fatto notare Giulietto Chiesa – dando adito a ricostruzioni variopinte. Dimostrando il carattere virtuale dell’intero sistema mediatico.

In realtà, come ha scritto Robert Fisk, il corrispondente del quotidiano britannico The Independent in Medio Oriente, «è che ci siamo persi da molto tempo nel cimitero degli imperi e abbiamo trasformato la caccia a un ormai irrilevante inventore del jihad globale in una guerra contro decine di miliardi di taliban, ai quali interessa poco Al Qaeda, ma che non vedono l’ora di cacciare gli eserciti occidentali dal loro Paese».


Il blitz

Quali sono state le modalità del raid?

Osama ha opposto resistenza alla cattura, ha fatto fuoco e ha usato come scudo umano la giovane moglie 29enne.

No, Osama dormiva ed è stato sorpreso nel sonno.

No, era già morto da due giorni secondo il suo medico personale.

No, è ancora vivo secondo un’intercettazione pubblicata da un quotidiano egiziano.

Questo balletto di contraddizioni non sono ipotesi sparate a caso dai giornalisti, che ormai si bevono tutto ciò che l’ANSA o le autorità propina loro – pace pure all’anima della coscienza critica! – ma le molteplici versioni ufficiali che hanno accompagnato in questi giorni la notizia della morte del nemico numero uno degli USA. Il ricercato numero uno per la CIA ma non il most wanted per l’FBI che non ha mai potuto ufficialmente legare il suo nome all’Attacco alle Torri Gemelle e che lo aveva inserito tra i nominativi dei ricercati per solo l’attentato del 1998.

Alcuni giornalisti sono arrivati a scrivere che le informazioni sul luogo in cui si trovava Bin Laden proverrebbero da alcuni prigionieri di Guantanamo! Perché, i carcerati sepolti a Guantanamo Bay da ormai dieci anni hanno il telefono? O comunicano con i militanti in Medio Oriente tramite pizzini?

E come avrebbero fatto le autorità a entrare in possesso di queste notizie? Ovviamente grazie a una particolare opera di convincimento. Nessuno patteggiamento o benefit, s’intenda. Sarebbe stata usata invece la cara vecchia tecnica della tortura per estorcere loro le informazioni, ma a fin di bene… La Chiesa insegna che gli strumenti da Inquisizione possono rivelarsi convincenti anche con i tipi più ostinati…

Forse presto ci verranno anche a dire che Obama ha fatto bene a non chiudere Guantanamo Bay e che in fin dei conti la tortura può essere un ottimo strumento per l’interrogatorio degli elementi più “difficili”. Ma se a dirlo è un Nobel per la Pace alle prese con tre conflitti e che si augura che anche il «cappio intorno al collo di Gheddafi si sta stringendo», forse dovremmo credergli, almeno in virtù del suo animo giainista che si nutre di pace e nonviolenza…

Le modalità effettive del blitz, in ogni caso, non le sapremo mai. Magari finiranno per farci vedere il filmato dell’esecuzione – su imposizione dell’ONU – ma chissà che cosa ci propineranno veramente. Una ricostruzione in digitale? L’omicidio di uno dei sosia? Lo sbarco sulla Luna? L’ultimo film di James Cameron?

Chissà.

Per ora abbiamo dei filmini amatoriali casalinghi dove possiamo distinguere un vecchio che potrebbe essere mio nonno con una copertina di lana sulle spalle. Le fotografie e i filmati successivi al 2002 che ritraevano Bin Laden erano già passati al vaglio degli esperti di computer grafica e morphing che avevano dimostrato come l’uomo che ci volevano far credere fosse ancora Osama non era affatto lui. Qualcuno di molto simile, certo, ma sarebbe bastato un novello Lombroso per scoprirli: naso e tratti del viso troppo diversi per coincidere. Forse avevano fatto ricorso semplicemente a un sosia, come ci ha abituato anni or sono il vecchio Saddam.

Già.

Il famigerato Saddam Hussein, così come i peggiori criminali nazisti, è stato catturato e seppur in modo diverso da Norimberga, sottoposto a processo e poi giustiziato. Per Osama non abbiamo avuto questa premura.

Perché tale scortesia?


Osama preparava un nuovo 11 settembre

A quattro giorni di distanza dal raid ci è stato detto che la CIA controllava da quasi un anno la famiglia di Osama che viveva nel villaggio vicino alla città di Haripur, a qualche decina di chilometri da Islamabad, dal lontano 2003. Poi sette mesi di intercettazioni e pedinamenti per convincersi che nella villetta si stava nascondendo il vero Osama. Dai documenti sequestrati emergerebbe che nonostante l’isolamento forzato e la malattia, Bin Laden era in contatto con importanti figure di Al Qaeda e sarebbe stato in grado di pianificare i futuri attacchi contro obiettivi americani dal suo nascondiglio in Pakistan. Non avrebbe mai smesso di cospirare nel periodo di cattività. Tra i 2,7 terabite di dati nascosti ci sarebbero anche i video inediti che ora ci mostrano con il contagocce.

Questa volta l’obiettivo sarebbero state le ferrovie, ma non è chiaro di quale o quali città, il piano era ancora embrionale.

Bin Laden progettava un attentato nel giorno dell’anniversario dell’11 settembre. O forse il giorno di Natale. O Capodanno. O meglio ancora il 4 luglio. La data non era ancora chiara. Ma fidatevi! ci stava lavorando sodo dallo scorso anno…

Certo che 2,7 terabite di dati nascosti in un villino senza sorveglianza abitato da donne e bambini, non sembra strano? Otto anni nello stesso luogo senza mai destare i dubbi del vicinato.

E ci vogliono far credere che quel vecchio con la copertina di lana sulle spalle avrebbe avuto “il pieno controllo strategico e operativo” dell’intera organizzazione terroristica di Al Qaeda e che quel buco dove era nascosto sarebbe stato “il centro del comando attivo” delle operazioni?

Mi risulta facile crederlo come ai prigionieri di Guantanamo che comunicano con l’esterno. Le opzioni sono due. O la prigione di massima sicurezza è una groviera - e Obama farebbe allora meglio a chiuderla - e dall’altra il compound di Abbotabad era il centro criminale di Al Qaeda, oppure sono entrambe due clamorose menzogne e, o Osama era già morto da tempo, e lì ci abitava qualcun altro, oppure era davvero lui ma aveva scarso potere all’interno dell’organizzazione.

Ovvio che la scomparsa del cadavere sepolto in mare non può facilitare la ricerca della verità.

Non possono poi lamentarsi i giornalisti con pedigree o i politici che non sanno neanche dell’esistenza di un Lukashenko, che i complottisti si stiano scatenando in questi giorni, essendo deliberatamente andate distrutte le uniche prove che Bin Laden sia stato davvero ucciso il 1 maggio 2011 in Pakistan.

Dopo 7 mesi di appostamenti, indagini e intercettazioni, solo ora la CIA si è decisa a penetrare nel villinoper uccidere Bin Laden. Perché?

Perché il medico di famiglia aveva decretato il decesso due giorni prima, come continua a sostenere?

O perché questa data torna utile a qualcuno?

Ci sono voluti quasi dieci anni per catturare Osama.

Perché lo spettro che ha terrorizzato mezzo mondo è stato catturato e ucciso davanti agli occhi della figlia dodicenne proprio ora?

Forse perchè i tempi della campagna militare in Libia si stanno allungando e dall’altra si sta cercando di decidere come affrontare militarmente l’emergenza Siria?

L’uccisione di Bin Laden – vera o falsa che sia – è un modo per spostare l’attenzione da un fallimento – la Libia – a un successo – la cattura di Osama?

Cui prodest?

Forse al Presidente Obama che ha annunciato ufficialmente la sua ricandidatura alle presidenziali del 2012 e che proprio la settimana prima della cattura del ricercato numero uno era stato costretto a rendere pubblico il suo certificato di nascita dopo quasi tre anni di battaglie legali per impedirne la pubblicazione, a causa dell’insistenza del repubblicano Donald Trump?

Coincidenze?


Obama vola nei sondaggi

Una panacea per Obama che vola nei sondaggi guadagnando nove punti percentuali di distacco dai suoi avversari che non riescono a raggranellare più del 20% dei consensi.

Mentre la gente torna a intonare il mantra che ci aveva perseguitato dal 2008, YES WE CAN!

Con la cattura del numero uno di Al Qaeda - ma poi, il nuovo leader di Al Qaeda non era diventato il cofondatore di Al Qaeda, l’ex medico egiziano, Ayman Al Zawahiri? – la frustrazione popolare per le promesse disattese dell’amministrazione Obama è sfumata lasciando spazio all’esaltazione mistica del ritrovato Messia delle masse.

Ecco in mondovisione il Nostro Premio Nobel per la Pace che si congratula con i suoi per aver tagliato la testa al Mostro. Poco importa se la violenza si è consumata davanti alla figlia dodicenne di costui. Poco importa se era possibile magari catturarlo e processarlo invece di ucciderlo. L’importante è che il corpo sia stato seppellito secondo il rituale islamico. E che sia sparito in mare. In modo da mettere la parola fine alla vicenda.


Per un figlio, Osama è ancora vivo

Ma sulla vicenda c’è anche molto da dire, con o senza cadavere. Con o senza prova del DNA. Con o senza foto ritoccate.

Uno dei figli di Osama Bin Laden sostiene che il leader di Al Qaeda è "ancora vivo". A rivelarlo il giornale egiziano al-Wafd citando fonti della famiglia di Bin Laden.

Martedì mattina "Samy bin Laden", figlio di Osama, avrebbe telefonato a "due fratelli" dello sceicco del terrore, "Khalid e Abdelaziz" assicurando agli zii "che il loro fratello è ancora vivo e sta bene e che quello che sostengono i Media è falso".


L’uomo che morì nove volte

Poi ci sono le versioni più o meno attendibili di premier, servizi segreti, informatori, giornalisti freelance che rivelano un’altra verità.

A partire dalla FOX che il 26 dicembre 2001 aveva rivelato che secondo i talebani afghani Bin Laden era morto all’inizio del mese ed era stato sepolto in una tomba senza alcun contrassegno come prescritto dalla pratica dei sunniti wahabiti.

Il 17 luglio 2002, Dale Watson, all’epoca capo dell’antiterrorismo dell’Fbi, aveva rivelato nel corso di una conferenza dei funzionari incaricati dell’applicazione della legge: «Io penso personalmente che Bin Laden non sia più con noi», prima di aggiungere con cautela: «Non ho però alcuna prova per supportare questa mia affermazione». Lasciando però trapelare che forse qualche prova ce l’aveva eccome.

Nell’ottobre 2002 il presidente afghano Hamid Karzai dichiarò alla CNN: «Giungerei a credere che Bin Laden probabilmente sia morto».

Nel novembre 2005 il senatore Harry Reid ha rivelato che gli era stato detto che Bin Laden poteva essere deceduto nel corso del terremoto in Pakistan nell’ottobre dello stesso anno.

Nel settembre 2006 i Servizi Segreti francesi fecero trapelare un rapporto che suggeriva che Bin Laden fosse stato ucciso in Pakistan. Il 2 novembre 2007, l’ex primo ministro pachistano, Benazir Bhutto, dichiarò all’inviato di Al-Jazeera, David Frost, che Omar Sheikh aveva giustiziato Osama Bin Laden, come vedremo più approfonditamente tra poco.

Infine, nel maggio 2009 il Presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, ha confermato che le sue «controparti nelle agenzie dei servizi segreti americani» non erano venute a sapere più nulla su Bin Laden negli ultimi sette anni, aggiungendo: «Non penso che sia vivo». Mentre, secondo la nuova versione “ufficiale” americana, Bin Laden avrebbe trovato rifugio proprio in terra pakistana…


Per i Servizi Segreti francesi Al Qaeda non esiste

I Servizi Segreti Francesi sostengono dal 2010 che Al Qaeda non esiste più dal 2002. Lo aveva dichiarato il capo dei Servizi Segreti francesi al Senato della Repubblica francese, il 29 gennaio 2010.

Un anno e mezzo fa Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese) sostenne:  «Come molti miei colleghi professionisti nel mondo, ritengo, sulla base di informazioni serie e verificate, che Al Qaeda sia morta sul piano operativo nelle tane di Tora Bora nel 2002 […] Sui circa 400 membri attivi dell’organizzazione che esisteva nel 2001, meno di una cinquantina di seconde scelte (a parte Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri che non hanno alcuna attitudine sul piano operativo) sono  riusciti a scampare e a scomparire in zone remote, vivendo in condizioni precarie, e disponendo di mezzi di comunicazione rustici o incerti». E ha concluso: «Non è con tale dispositivo che si può animare una rete coordinata di violenza politica su scala planetaria. Del resto appare chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post 11 settembre (Londra, Madrid, Sharm el-Sheik, Bali, Casablanca, Bombay, eccetera) ha avuto contatti con l’organizzazione». Il colpo di coda è stata l’accusa diretta ai Media di fomentare l’odio verso i musulmani: «a forza d’invocarla di continuo, certi Media o presunti ‘esperti’ di qua e di là dell’Atlantico, hanno finito non già per resuscitarla, ma di trasformarla come quell’Amedeo del commediografo Eugene Ionesco, quel morto il cui cadavere continua a crescere e a occultare la realtà, e di cui non si sa come sbarazzarsi».

Le accuse di Chouet alla mancanza di eticità professionale dei Media non sono da commentare. Sono sotto gli occhi di tutti. Ma se a svelare i meccanismi a cui siamo sottoposti quotidianamente è il Capo dei Servizi Segreti, magari il biasimo potrebbe far riflettere alcuni giornalisti e portare a un ripensamento del proprio servile operato.

In questo senso Al Qaeda appare sempre più come lo spauracchio evocato da Governi o giornalisti quando occorre per giustificare una “guerra infinita” in Medio Oriente che è costata agli USA 2 mila miliardi di dollari ma che è sempre più necessaria per accaparrarsi le risorse energetico petrolifere del Nord Africa, cercando di battere sul tempo la Cina.

E il prossimo passo, sarà la Siria.


Una mossa propagandistica

Il modo di sbarazzarsi mediaticamente dello spettro dello sceicco più ricercato al mondo l’ha trovato invece Obama, un modo per risalire nei sondaggi e per allontanare i problemi del conflitto in Libia. Il momento non poteva essere migliore. La sua campagna elettorale inizierà sull’eco dell’acclamazione pubblica per la morte di Bin Laden.

A pensarla così il Capo dei Servizi Segreti Iraniani che ha dichiarato pubblicamente che il blitz dei Navy Seals sarebbe solo una montatura elettorale per far risalire il Presidente USA nei sondaggi, perché Bin Laden sarebbe morto da tempo, e nell’ambiente Medio ed Estremo Orientale la cosa sarebbe risaputa.

Politicamente Obama non avrebbe infatti potuto far meglio. Sebbene tutte le promesse della scorsa campagna elettorale siano state disattese, punto per punto, come spiego nel mio saggio, L’altra faccia di Obama, edito in Italia da Infinito Edizioni. Dopotutto Obama è il prodotto delle lobbies di Wall Street e la sua immagine di Messia multirazziale è il frutto di una magistrale operazione di marketing.

A distanza di soli tre anni la percezione che il mondo ha di Barack Obama è cambiata. Il suo modo di esprimersi gentile, pacato, cantilenante, è rimasto intatto, così come il suo carisma che ha ammaliato milioni di persone in tutto il mondo. Ci aspettiamo grande sfoggio della sua abilità oratoria anche nella prossima campagna elettorale, che, anche se non formalmente, è già iniziata.

Ma allora come adesso, dietro le promesse si è insinuata l’ombra del vecchio. Dell’establishment che non ha colore politico, che raccoglie i soliti volti di democratici e repubblicani: la Casta americana. Dietro i corposi finanziamenti della più dispendiosa campagna presidenziale della storia, si celano infatti gli assegni delle lobby. Gli speculatori di Wall Street. Le grandi Banche, che avrebbero goduto del salvataggio statale a scapito dei contribuenti. Le multinazionali del petrolio, degli OGM, della Difesa. Le Compagnie di Assicurazione.

Molti si sono accorti che il cambiamento prospettato nella passata campagna elettorale stenta a concretizzarsi, nonostante l’insediamento della nuova amministrazione democratica. Dopo un decennio di Governo Bush le aspettative dell’elettorato erano troppo alte e la pazienza esaurita, oppure il nuovo Presidente ha davvero tradito le promesse di cambiamento? Questa meteora del firmamento americano ha folgorato senza mezze misure milioni di persone dagli usa all’Europa, senza che queste potessero avere tempo e modo di domandarsi chi fosse realmente il Senatore dell’Illinois con un programma politico assolutamente elementare ma “accattivante” che della speranza e del cambiamento ha fatto il suo mantra e il suo cavallo di battaglia. Che ora sembra sempre più in continuità con il Governo Bush.

Peccato che al culmine della crisi finanziaria Obama si è schierato dalla parte delle Grandi Banche e delle lobby di Wall Street a scapito della classe media spazzata via dalla bolla finanziaria.

Perché ha fatto inoltre marcia indietro sulla rivoluzione verde?

Perché ha trascinato il Paese in un terzo conflitto e non ha apportato modifiche al Patriot Act per tutelare la privacy dei cittadini?

Sul fronte guerra e sicurezza, non sarà certo la morte presunta o tale dello sceicco a riportare pace nelle case americane. Anzi. Le minacce di nuovi attentati per vendicare la morte di quello che i fanatici consideravano un “santo” si moltiplicano. Così come si affaccia la possibilità di futuri attentati messi in atto da individui isolati e non da organizzate cellule terroristiche.

Ma l’eliminazione fisica del ricercato numero renderà sicuramente più dolci i sonni di molte famiglie americane. E’ come se il padre di famiglia abbia scacciato il Babau che si nascondeva sotto il letto per rassicurare la figlioletta di poter dormire sonni tranquilli. Ma, come insegnava Dino Buzzati, e come insegna la storia, non è propriamente l’Uomo Nero delle fiabe e degli incubi dei bambini il vero pericolo…


La verità di Benazir Bhutto

Per Barack Obama Bin Laden sarebbe morto il 1 maggio 2011. Per il medico personale di Osama il decesso sarebbe avvenuto due giorni prima. Per uno dei figli di Osama sarebbe ancora vivo.

Secondo quanto dichiarato alla BBC da Benazir Bhutto, lo sceicco del terrore sarebbe morto invece almeno quattro anni or sono. (http://www.lettera43.it/video/14673/bin-laden-e-morto-ma-era-il-2007.htm).

La prima premier donna pakistana, morta in un terribile attentato il 27 dicembre 2007 ebbe infatti il coraggio o forse la sfrontatezza di dichiarare in un’intervista televisiva condotta da David Frost che Osama Bin Laden era stato ucciso da Omar Sheik. L’intervista, visibile su internet, è andata in onda il 2 novembre 2007. Al centro del confronto con Frost i motivi e i probabili responsabili del fallito attentato alla Bhutto che era avvenuto pochi giorni prima, il 18 ottobre. Nel denunciare i responsabili del terrorismo in Pakistan, il premier dopo appena 5’30’’ di intervista nomina Omar Sheik, ex collaboratore dell’ISI, il servizio segreto pakistano, aggiungendo per descriverlo, «the man who murdered Osama Bin Laden», l’uomo che ha assassinato Osama Bin Laden. Rullo di tamburi. Benazir Bhutto si lancia in una dichiarazione del genere e David Frost, reso celebre dalla sua intervista fiume a Richard Nixon in merito allo scandalo Watergate, con 40 anni di esperienza alle spalle… non dice niente. Neanche un aggrottare di sopracciglio. Nulla. Lascia continuare la premier senza interromperla e continua incurante della rivelazione del secolo. Se fosse stato un errore (la Bhutto avrebbe nominato Osama bin Laden intendendo però riferirsi a un’altra vittima di Sheik, il giornalista David Pearl) come hanno cercato di farlo passare dalla redazione dell’emittente televisiva, avrebbe dovuto almeno interromperla con garbo abbozzando una battuta o qualcosa di simile. Invece il nulla. E poi Benazir parla con calma e cita i nomi con precisione. Non sembra che possa trattarsi di un lapsus. Inoltre l’Omar Sheik indicato dalla Bhutto è lo stesso che secondo la versione ufficiale USA avrebbe consegnato 100mila dollari a Mohammed Atta qualche giorno prima dell’11 settembre.

Forse le prove disseminate ovunque che dietro l’attentato ci sia un’altra verità diversa da quella che Bush e il Pentagono ci hanno voluto propinare è proprio qua. Davanti a noi. E la Bhutto sembrava conoscerla bene.

Era il 2 novembre. Un mese e mezzo dopo Benazir Bhutto moriva in un attacco suicida a Rawalpindi, a circa 30 km da Islamabad. Vicino al luogo dove, secondo le fonti USA, Osama avrebbe vissuto dal 2003. Ma Al Qaeda, accusata di aver organizzato l’attentato, negò con risolutezza il suo coinvolgimento, nonostante un’intercettazione telefonica del leader dei talebani Baitullah Mehsud con gli uomini che avrebbero pianificato l’omicidio. Possibile che Mehsud fosse così ingenuo da congratularsi al telefono con Maulvi Sahib per quello che definisce soltanto “l’assassinio della donna”, senza fare il nome della Bhutto ma dichiarando: «È stata una prova formidabile. Sono stati veramente dei bravi ragazzi quelli che l’hanno uccisa», riferendosi a tali Ikramullah e Bilal. Dei militanti così inesperti da parlare dei dettagli di un attentato con tanto di nomi al telefono non potrebbero andare molto lontano, e con essi l’intera organizzazione terroristica. Che invece ci vogliono far credere esista ancora e tenga in scacco il mondo intero.

Il Presidente Musharraf, indicato invece come il mandante dell’omicidio dal marito della Bhutto, si è visto costretto a dimettersi in diretta nazionale il successivo 28 agosto 2008. Ma qualcosa deve saperlo anche lui dato che a quel tempo Sheik lavorava per i servizi segreti pakistani e soltanto l’anno prima, nel 2006, nelle sue Memorie, Musharraf aveva ammesso di sospettare che Omar Sheik avesse lavorato per i Servizi Segreti Britannici, MI 6. Il che ci condurrebbe verso un’altra pista, molto più inquietante, dietro la strage delle Torri Gemelle. Gran Bretagna e USA. Avvalorata dalle cariche di esplosivi piazzati in vari piani dei grattacieli le cui tracce sarebbero state viste e udite da numerosi testimoni.

Forse è l’ora di riscrivere la storia.

Non per revisionismo.

Non per la solita controinformazione.

Ma per la verità.

Per rispetto alle famiglie delle vittime.

Per rispetto all’intelligenza di tutti noi.

Per il nostro futuro.

Malato sì, malato no

A giudicare dai farmaci trovati nella sua abitazione ad Abbotabad, non sembra che Osama Bin Laden fosse gravemente malato, come invece era noto da tempo. Nel 2001, proprio alla vigilia degli attentati, era stato ricoverato in una clinica in Pakistan per farsi curare ed era stato sottoposto a dialisi. A riferirlo era stata nel 2002 la CBS citando fonti dell’intelligence pakistana secondo le quali il leader di Al Qaeda si sarebbe trovato nell’ospedale militare di Rawalpindi la notte tra il 10 e l’11 settembre 2001. Mentre il Presidente Musharraf si sarebbe detto convinto della morte di Bin Laden per problemi renali. Lo sceicco del terrore sarebbe morto perché, costretto alla fuga dopo l’attacco al World Trade Center, non sarebbe stato più in grado di sottoporsi a dialisi.

Dal momento del ricovero sembra infatti che non avesse potuto più fare a meno dei macchinari per la dialisi, di cui, però, non c’è traccia nel compound ad Abbotabad. Dalla ricostruzione dei Navy Seals e dalle poche medicine trovate poteva al massimo avere problemi di stomaco, forse ulcera e pressione alta, ma niente di cronico o di preoccupante. Il che contrasta con le informazione che avevamo certe su Bin Laden.

Un’altra ombra sulle operazioni USA che ripropone il dubbio su chi ci fosse realmente in quel villino…

Vi viveva davvero Osama Bin Laden con la famiglia, oppure un sosia, o ancora, non essendo mai uscito e non essendo mai stato visto da nessuno nel luogo, in quel compound abitava una famiglia che doveva “sostituire” il reale Osama, morto invece da almeno quattro anni, come alcune fonti autorevoli suggeriscono da tempo?


Obama got Osama

Ricapitolando: secondo il premier pakistano Benazir Bhutto Bin Laden sarebbe stato ucciso prima del 2007 da Omar Sheik, già autore dell’omicidio del giornalista David Pearl.

Per l’ex Presidente pakistano Musharraf, invece, Osama, già gravemente malato ai reni, sarebbe morto nel 2002 perché costretto alla fuga dopo l’attacco dell’11 settembre e impossibilitato quindi alla dialisi. Versione simile a quella di Allain Chouet e del Capo dei Servizi Segreti Iraniani, secondo i quali i componenti di Al Qaeda sarebbero morti nelle tane di Tora Bora.

La versione USA – con tutte le sue contraddizioni e in tutte le sue molteplici e variopinte versioni - la conosciamo molto bene. Manca comunque il corpo che è stato gettato in mare.

Per credere che sia stato ucciso dai Navy Seals il 1 maggio 2011 bisogna fare un atto di fede esattamente come per credere alla defunta Benazir Bhutto o a Musharraf. Non vedo perché le loro versioni valgano meno di quella di Obama. Non si può certo credere che la parola di un Presidente americano sia necessariamente vera: l’abbiamo notato con tutte le menzogne di George W. Bush. E anche Obama ci ha raccontato un sacco di bugie, a partire da tutte le promesse elettorali che sono state puntualmente disattese. E guarda caso, ora che si prepara la sua ricandidatura per le elezioni presidenziali USA del 2012, la notizia della cattura e dell’uccisione del nemico numero uno ha riportato speranza nell’elettorato deluso. Tanto da aver visto non solo gente in tripudio intonare di nuovo YES WE CAN! ma addirittura la diffusione di gadget con la scritta OBAMA GOT OSAMA, per celebrare l’uccisione del Mostro.

 

Dunque, che cosa credere?

Né gli Stati Uniti, né il mondo, saranno più sicuri con la morte di Bin Laden. Egli era il fondatore di Al Qaeda ma da tempo non ne era più il capo. Era diventato semmai il simbolo del jihad globale per centinaia, migliaia di militanti. Pensare che dallo scalcinato compound in Pakistan detenesse il controllo della rete terroristica è ridicolo. Gli USA stanno aumentando il livello di allerta e stanno spingendo tutte le loro ambasciate nel mondo affinché prendano le dovute precauzioni contro eventuali nuovi attacchi.

Penso che l’importante sia non credere aprioristicamente a niente e a nessuno ma formarsi la propria opinione sentendo le diverse fonti e passandole al vaglio della propria coscienza. Per questo non vi chiedo di “credere” nemmeno a me. Vi suggerisco di leggere, ascoltare, e interrogarvi.

Non escludete nulla a priori perché sembra pazzesco.

Eventi e news

18 maggio, Torino

ore 15.30, Salone del Libro di Torino, stand UNO Editori/ Macro Edizioni, PAD 2, stand N. 64

presentazione del libro Utero in affitto

 

3 giugno, Santo Stefano Belbo (CN)

ore 15.00-20.00 Piazzetta della Confraternita 1, Biblioteca civica Cesare Pavese

presso convegno UFO, ESOTERISMO E CONTROINFORMAZIONE, conferenza su Il Dio cornuto, insieme a Paolo Battistel.

GOOD MORNING di Enrica Perucchietti! Ogni lunedì alle 8.30 su www.colorsradio.it

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