CORONAVIRUS. IL NEMICO INVISIBILE (Novità)

E' da ora disponibile il libro, Coronavirus. Il nemico invisibile (Uno Editori) scritto insieme all'avv. Luca D'Auria.

 

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Dalla spagnola a oggi nessun nemico “invisibile” era riuscito a fare tanto. In pochi mesi il Covid-19 ha contagiato centinaia di Paesi, provocando migliaia di morti e spingendo l’oms a dichiarare lo stato di pandemia globale. Fin da subito i media e il web hanno favorito la diffusione del panico: la psicosi è così dilagata tra la popolazione, stravolgendo le abitudini dei cittadini, disposti anche a cedere la propria libertà in cambio della sicurezza.

A differenza delle altre nazioni, il governo italiano ha scelto di imporre l’autoisolamento, spaccando l’opinione pubblica in due, tra i sostenitori e gli oppositori del provvedimento.

In passato abbiamo avuto casi simili con le epidemie di sars, aviaria, suina, morbillo o ebola: fenomeni localizzati in alcune aree precise che sono diventati dei veri e propri “terremoti planetari”. Nulla di paragonabile all’attuale pandemia: la vita di tutti noi si è trasformata, forse per sempre, in una realtà “virtuale” che ha cancellato duemila anni di storia dell’umanità.

 

Alcuni punti trattati in questo libro:

  • Le teorie alternative alla genesi e alla diffusione del Covid-19
  • L’impatto sulla Via della Seta e le accuse della Cina agli usa
  • La teoria dello shock e la “percezione” di una minaccia globale
  • Modello Conte e modello Johnson. I diversi provvedimenti in Europa e le limitazioni della libertà personale per ragioni di sanità
  • Il rischio di un attacco speculativo e il capitalismo dei disastri
  • Il comportamento della UE. La BCE e il caso Lagarde
  • Esiste il rischio di una dittatura sanitaria? Analisi giuridica dello stato di eccezione
  • Il passaggio dell’uomo da animale sociale ad animale virtuale

… e molto altro ancora.

 

 

Approfondimento

 

Il saggio scritto a quattro mani dalla giornalista e scrittrice Enrica Perucchietti e dall’avvocato e saggista Luca D’Auria intende rispondere a numerose domande e sollevare altrettanti quesiti, offrendo un quadro giornalistico e un’analisi filosofico, sociologica e antropologica della pandemia e di come l’emergenza sanitaria stia modificando in maniera sostanziale la vita di tutti noi.

Nella prima parte, curata da Enrica Perucchietti, si ricostruisce la genesi e la diffusione della pandemia, presentando anche le incongruenze, le lacune e le contraddizioni della versione “ufficiale”. L’obiettivo è documentare come esista un acceso dibattito su diversi punti cruciali che a oggi risultano ancora fumosi e indeterminati: in particolare origine, luogo e cause del contagio. Esistono infatti ipotesi diverse, persino sostenute da eminenti scienziati o analisti, che si differenziano dal resoconto semplicistico che è stato offerto all’opinione pubblica.

L’indeterminatezza dell’informazione mainstream, dovuta in parte alla mancata trasparenza della gestione iniziale della pandemia da parte della Cina e in parte alla diffusione di dati contrastanti e poco chiari da parte degli organi istituzionali e degli stessi esperti, è stata percepita dall’opinione pubblica come contradditoria, persino virtuale. Per settimane neppure i giornalisti sono stati in grado di capire la gravità della situazione, essendo troppo diverse e antitetiche le dichiarazioni degli scienziati e dei medici.

La psicosi è così dilagata tra la popolazione, stravolgendo le abitudini dei cittadini, disposti anche a cedere la propria libertà in cambio della sicurezza. A differenza delle altre nazioni, il governo italiano ha scelto di imporre l’autoisolamento, spaccando l’opinione pubblica in due, tra i sostenitori e gli oppositori del provvedimento.

Si sono poi affacciate e rincorse soprattutto sul web delle ipotesi alternative sulla possibile origine del contagio.

In un momento estremamente delicato per il governo cinese, alle prese con la rimessa in moto dell’economia nazionale, giovedì 12 marzo il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, tramite un tweet al vetriolo, ha accusato il governo americano di poter essere responsabile della genesi della pandemia: i militari statunitensi potrebbero aver portato il coronavirus nella città cinese di Wuhan. La posizione di Lijian è stata ripresa e condivisa da diversi ricercatori e analisti. In attesa di poter ottenere maggiori dati sull’origine della pandemia, quello sollevato da Pechino rimane un sospetto che non rimanda necessariamente a un’azione di bioterrorismo.

Le ipotesi più estreme che intendono avvalorare invece l’ipotesi della guerra batteriologica fanno capo alla guerra commerciale tra USA e Cina e puntano anche a rivelare come uno dei due Paesi maggiormente colpiti dal contagio siano l’Italia e l’Iran, partner commerciali della Cina. La pandemia ha infatti danneggiato la Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso programma del governo cinese che intende finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari volti alla realizzazione o al potenziamento di infrastrutture commerciali – strade, porti, ponti, ferrovie, aeroporti – e impianti per la produzione e la distribuzione di energia e per sistemi di comunicazione in quasi ogni angolo del pianeta: Africa, Europa, India, Russia, Indonesia.

Il saggio mostra inoltre come l’emergenza che ha colpito il nostro Paese sia stata strumentalizzata all’estero per screditarci e per aprire le porte a possibili speculazioni finanziarie. L’Italia è stata trattata letteralmente da “appestata”: gli “aiuti” dalla UE si sono fatti attendere , nessun Paese dell’Eurozona ci ha mandato le mascherine che avevamo richiesto  (gli aiuti sono arrivati infatti dalla Cina), diversi Paesi hanno richiesto un bollino “virus free”. L’Italia è stata dipinta, a livello globale, come l’epicentro del contagio.

E che dire della disastrosa conferenza stampa di Christine Lagarde, presidente della BCE, che ha affondato i titoli di Stato dell’Italia, facendo esplodere lo spread? Inizialmente considerate come una brutta gaffe, le parole dell’ex governatrice del FMI potrebbero nascondere un altro intento, ossia una speculazione finanziaria per mettere le mani sugli asset strategici dell’Italia. Liquidare le dichiarazioni di Lagarde come un svista o una semplice gaffe potrebbe essere riduttivo e miope, anche perché non ci troviamo di fronte a una dilettante.

E mentre a livello globale si corre ai ripari per armarsi e combattere il nemico invisibile, contro cui non può esistere né tregua né armistizio alcuno, la società è destinata a mutare forma, schiacciata sotto il peso della psicosi: di un’Europa che si mostra egoista e spietata rivelando inaspettatamente scelte e orientamenti radicalmente opposti (tanto che potremmo parlare di un sistema Johnson e di un sistema Conte) che stanno già aprendo dibattiti sul futuro dell’Eurozona; del rischio di attacchi speculativi all’Italia (il cosiddetto “capitalismo dei disastri”); del mutamento antropologico dei cittadini in autoisolamento che da animali “sociali” si sono ritrovati a mutare forma e natura, diventando esseri “virtuali”.

 

Ciò di cui si discute in queste giornate di quarantena forzata è, oltre alle ricadute mediche ed economiche per l’emergenza da coronavirus, ciò che resterà, dal punto di vista antropologico e sociale di questa strana vita a cui nessuno era abituato e che negli ultimi settanta anni nessuno aveva mai conosciuto, né in Europa né in Occidente in generale. La seconda parte del libro, curata dall’avv. D’Auria, vuole infatti raccontare un’ipotesi sul presente e sul futuro provando a leggere la direzione del mondo attraverso le tracce lasciateci dai primi vent’anni del Duemila e cogliendone le radicali differenze rispetto alla sua millenaria tradizione antropologica.

Inaspettatamente la giustizia si è rapidamente riqualificata in forma “smart”, facendo auspicare agli operatori del diritto che questa spirale virtuosa possa mantenersi anche dopo il termine in cui cesserà la quarantena. È stato sufficiente che il tema coronavirus si scatenasse nella società europea per far riemergere le differenze più profonde tra sistemi culturali diversi. Da un lato la tradizione utilitarista ed empirista inglese, quella idealista di stampo germanico e infine quella solidaristica più tipicamente cattolica. Queste differenze filosofiche hanno, in pochissime settimane, sfaldato le prospettive giuridiche universaliste per favorire la rinascita delle differenze radicali tra comunità sociali europee che hanno rappresentato non solamente tanti conflitti politici e religiosi nel Vecchio Continente ma, piuttosto, una piuttosto una costante dialettica culturale che ha rappresentato la vera cifra dell’Occidente.

Il legislatore italiano si è caratterizzato per una scelta radicale: per la prima volta nella storia della Repubblica tutta la nazione è stata messa in quarantena in applicazione del disposto dell’articolo 16 della Costituzione, supportando il provvedimento con la forza coercitiva della normativa di diritto penale. Una tale scelta è stata fatta in nome della solidarietà e del tentativo di offrire uguali forme di cura ai bisognosi. Il mondo anglosassone ha evitato il più possibile ogni forma di modificazione della realtà per non intaccare la “Rule of law” e con essa i diritti dei cittadini, anche a costo di far soffrire perdite e non assicurando cure uniformi tra tutti i consociati. Ogni giurista è chiamato a valutare o, quanto meno, rilevare queste radicali differenze che, come detto, affondano le utopie universaliste nel campo etico-giuridico che si sono rivelate utili solamente in epoche in cui era assente lo stato emergenziale.

Nel testo si assume inoltre che i giorni del coronavirus rappresentino uno spartiacque decisivo tra “il mondo che fu” e ed uno tutto nuovo, che stava già pulsando e trasformando antropologicamente l’essere umano.

Dai tempi della Grecia antica, culla della cultura occidentale, l’uomo era un “animale sociale e politico” (Aristotele) immerso e proiettato nel reale esterno a lui. L’uomo animale sociale ha costantemente messo in congedo l’io soggettivo se non al fine di intervenire, modificare e dominare l’esterno da se stesso. Dopo il periodo di quarantena sarà certificata una nuova forma di essere umano, quello di “animale virtuale”.

Una modificazione così radicale e decisiva nella forma antropologico-culturale dei rapporti umani non è “caduta dal cielo” sulla collettività ma è il risultato di un lavorìo lungo e sempre più decisivo che si accompagna con il progredire della tecnica e con il trionfo di questa negli ultimi decenni. Può addirittura apparire che questo nuovo paradigma tecnologico attendesse l’occasione propizia per disvelare tutta la sua potenza, sino a oggi rimasta in forma ambigua di gioco vanitoso all’interno di qualche quotidianità, in specie come svago autoreferenziale.

La verità rivelata da questi mesi di reclusione fisica è come tutte quelle attività che, sino a ieri, imponevano l’uomo animale sociale abbiano saputo riqualificarsi con una rapidità inaspettata in verità rivelate tipiche dell’uomo animale virtuale. Non solamente lo svago ma anche attività determinanti del vivere sociale (quali la giustizia e la politica) in pochissime settimane hanno visto il trionfo dell’uomo animale virtuale e c’è da scommettere che un paradigma così suggestivo che era già parte integrante del corredo cognitivo dell’ultimo uomo animale sociale non possa essere rigettato in seconda fila al termine di questa forzosa quarantena.

 

Intervista a Enrica Perucchietti

In un momento di emergenza globale dovuta alla pandemia da Covid-19, esce per Uno Editori il saggio scritto a quattro mani dalla giornalista e scrittrice Enrica Perucchietti e dall’avvocato e saggista Luca D’Auria, Coronavirus. Il nemico invisibile. La minaccia globale, il paradigma della paura e la militarizzazione del Paese. Il libro intende rispondere a numerose domande e sollevare altrettanti quesiti, offrendo un quadro giornalistico e un’analisi filosofica, sociologica e antropologica della pandemia e di come l’emergenza sanitaria stia modificando in maniera sostanziale la vita di tutti noi.

Abbiamo incontrato per i nostri lettori la coautrice Enrica Perucchietti per rivolgerle alcune domande sul suo nuovo saggio.

 

Perché un Istant Book sul Covid-19?

Perché in un momento di crisi planetaria, in cui si fatica a comprendere il vero volto di quello che ho definito un “nemico invisibile”, era a mio dire necessario provare fare chiarezza e tentare di ricostruisce la genesi e la diffusione della pandemia, presentando anche le incongruenze, le lacune e le contraddizioni della versione “ufficiale”. L’obiettivo che mi sono posta era quello documentare come esista un acceso dibattito su diversi punti cruciali che a oggi risultano ancora fumosi e indeterminati: in particolare origine, luogo e cause del contagio. Esistono infatti ipotesi diverse, persino sostenute da eminenti scienziati o analisti, che si differenziano dal resoconto semplicistico che è stato offerto all’opinione pubblica. La seconda parte del libro, curata dall’avv. Luca D’Auria, vuole invece raccontare un’ipotesi sul presente e sul futuro provando a in chiave filosofica, sociologica e antropologica i mutamenti della nostra società schiacciata sotto il peso dell’emergenza sanitaria.

 

Quali sono le tesi alternative che analizzi nel libro?

Va fatta una premessa: non sappiamo ancora nulla di certo. A oggi risultano fumosi e indeterminati dei punti cruciali che riguardano la pandemia: in particolare origine, luogo e cause del contagio. Pertanto ho preso in considerazione, citando fonti documentate, anche la pista dell’errore umano, cioè l’ipotesi della fuga del virus dal laboratorio di biosicurezza di Wuhan; la possibilità che il contagio non sia partito in Cina; un attacco bioterroristico.

Secondo «The Lancet», in uno studio realizzato da diversi ricercatori esperti in virologia ed epidemiologia, l’ipotesi della genesi del contagio dal mercato ittico, che è diventata la versione “ufficiale”, non sarebbe del tutto fondata. Nel report gli studiosi hanno messo in luce come 13 dei 41 casi successivi al paziente zero non abbiano avuto alcun contatto con il mercato di Wuhan, escludendo anche che vi siano stati «legami epidemiologici fra il primo paziente e gli altri casi».

In un articolo del 2017 per «Nature», David Cyranoski sollevava inquietanti dubbi sulla sicurezza del laboratorio di Wuhan, scrivendo che alcuni scienziati al di fuori della Cina erano preoccupati per la fuga di agenti patogeni e per l’aggiunta di una “dimensione biologica alle tensioni geopolitiche” tra la Cina e altre nazioni. Cyranoski già nel 2017 accennava pertanto all’allarme sollevato da diversi scienziati, preoccupati per l’eventuale fuga di agenti patogeni dal laboratorio di Wuhan.

L’eminente epidemiologo e pneumologo Zhong Nanshan – colui che scoprì il coronavirus SARS nel 2003 – ha invece dichiarato durante una conferenza stampa del 27 febbraio che sebbene il virus sia apparso per la prima volta in Cina «potrebbe non essere nato in Cina».

Altrettanto emblematiche le accuse ufficiali rivolte agli USA, che spostano il dibattito sullo scacchiere geopolitico. Giovedì 12 marzo il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, tramite un tweet al vetriolo, ha accusato il governo americano di poter essere responsabile della genesi della pandemia: i militari statunitensi potrebbero aver portato il coronavirus a Wuhan. La posizione di Lijian è stata ripresa e condivisa da diversi ricercatori e analisti. La CNN, per esempio, ha ricordato un episodio che descrivo nel primo capitolo del libro: lo scorso ottobre centinaia di atleti delle forze militari americane erano a Wuhan per i Military World Games. Il direttore del Centers for Disease Control (CDC) Robert Redfield, in un video pubblicato da «People’s Daily», ammette che alcuni americani che in precedenza – prima dell’inizio dell’epidemia in Cina – si pensava fossero morti di influenza sarebbero stati in realtà contagiati dal Covid-19.

Vi sono poi ipotesi più estreme che intendono avvalorare invece la pista della guerra batteriologica. Un eventuale attacco bioterroristico, secondo queste teorie, rientrerebbe all’interno della guerra commerciale tra USA e Cina. I Paesi più colpiti dal contagio, oltre alla Cina, infatti, sarebbero l’Italia e l’Iran, partner commerciali di Pechino. La pandemia ha infatti danneggiato la Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso programma del governo cinese che intende finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari volti alla realizzazione o al potenziamento di infrastrutture commerciali – strade, porti, ponti, ferrovie, aeroporti – e impianti per la produzione e la distribuzione di energia e per sistemi di comunicazione in quasi ogni angolo del pianeta.

 

In questo scenario il saggio affronta anche il rischio di possibili attacchi speculativi all’Italia e mostra la spietatezza con cui l’Europa ha trattato l’Italia nel momento iniziale del contagio.

Esatto. Indipendentemente dalla genesi della pandemia, ritengo che l’emergenza che ha colpito il nostro Paese sia stata strumentalizzata all’estero per screditarci e per aprire le porte a possibili attacchi e speculazioni finanziarie. L’Italia è stata trattata letteralmente da “appestata”: gli “aiuti” dalla UE si sono fatti attendere, nessun Paese dell’Eurozona ci ha mandato le mascherine che avevamo richiesto (gli aiuti sono arrivati infatti dalla Cina), diversi Paesi hanno richiesto un bollino “virus free”. L’Italia è stata dipinta come un lazzaretto a cielo aperto, l’epicentro del contagio a livello globale.

E che dire della disastrosa conferenza stampa di Christine Lagarde, presidente della BCE, che ha affondato i titoli di Stato dell’Italia, facendo esplodere lo spread? Inizialmente considerate come una brutta gaffe, le parole dell’ex governatrice del FMI potrebbero nascondere un altro intento, ossia una speculazione finanziaria per mettere le mani sugli asset strategici dell’Italia. Liquidare le dichiarazioni di Lagarde come un svista o una semplice gaffe potrebbe essere riduttivo e miope, anche perché non ci troviamo di fronte a una dilettante.

Come hanno segnalato diversi giornalisti, qualcuno aveva inoltre previsto con largo anticipo quanto sarebbe avvenuto. «Il Corriere della Sera» del 6 dicembre 2019, in un articolo a firma Giuseppe Sarcina, riportava l’allarme degli analisti di Wall Street a seguito della mossa dell’Hedge Fund Bridgewater che aveva deciso di scommettere sul crollo delle Borse nel mese di marzo 2020. Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater, aveva infatti versato 1,5 miliardi di dollari per sottoscrivere contratti di assicurazione, le put options, con l’obiettivo di proteggere il portafoglio di gestione: circa 150 miliardi di dollari in azioni e investimenti finanziari. Lo stesso finanziere, il 5 dicembre, era uscito allo scoperto, spiegando che in realtà l’operazione non nasceva dalla sfiducia, ma era parte di una particolare strategia di gestione al servizio dei suoi clienti.

 

Nel sottotitolo del libro si parla di “paradigma della pura”, concetto che viene ripreso nella seconda parte del testo. Perché?

La paura è solo uno dei tanti tasselli nel processo di manipolazione sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima. Nel libro mi domando se possa esistere un gruppo di pressione esterno al nostro Paese in grado di strumentalizzare l’attuale emergenza per interessi che non riguardano la collettività oppure delle organizzazioni in grado di pianificare e sfruttare i momenti di crisi per assicurarsi lauti guadagni (il cosiddetto capitalismo dei disastri di cui parlava Naomi Klein in Shock Economy).

 

In che senso?

In stato di paura l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto.

Il “capitalismo dei disastri” sfrutta momenti di shock quali golpe, attacchi terroristici, crollo dei mercati, disastri naturali, guerra, che gettano la popolazione in uno stato di panico collettivo, per spingere i cittadini ad accettare manovre impopolari che in una condizione normale non tollererebbero.

Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono pertanto introdurre provvedimenti che sarebbero stati inimmaginabili in un clima sociale sereno. Oggi, con la militarizzazione del Paese, siamo di fronte a quanto descritto dal filosofo Giorgio Agamben, ossia la creazione di uno “stato di paura”. Come in passato, non possiamo non prendere in considerazione che la tutela della salute possa essere anche strumentalizzata e utilizzata per imporre limitazioni della libertà, abituando i cittadini a restrizioni sempre più invasive della libertà e della privacy.

 

Intervista all’avv. Luca D’Auria

In queste giornate di quarantena forzata si discute non solo delle ricadute mediche, giuridiche ed economiche per l’emergenza da coronavirus, ma anche di come è inevitabilmente cambiata la nostra società dal punto di vista antropologico e sociale. Partendo da qui, l’avvocato Luca D’Auria analizza nel libro Coronavirus. Il nemico invisibile, come sta mutando la nostra vita, schiacciata sotto il peso dell’emergenza e dell’autoisolamento.

 

Buongiorno avv. D’Auria, ci spiega come è nata l’idea di questo libro?

È nata guardando il mondo a prescindere dalla malattia del coronavirus ma pienamente immerso in questa realtà. Mi spiego: l’allarme medico è una questione serissima, drammatica che, inutile dirlo, tutti ci auguriamo che duri il meno possibile; ma l’idea di un libro sull’epoca del coronavirus è nata proprio per provare a superare il dibattito medico e gettare uno sguardo antropologico, filosofico, giuridico e sociale al mondo che ci troviamo dinnanzi. La fonte d’ispirazione è stata il più grande scrittore milanese di tutti i tempi: Alessandro Manzoni. Nei Promessi Sposi e ancora di più ne La Storia della Colonna Infame ha saputo costruire due grandi testi di sociologia e diritto, raccontando la Milano del Seicento e della peste facendo di quell’epidemia lo sfondo per tracciare la società con le sue caratteristiche più tipiche. L’antropologia e in particolare la filosofia debbono riscoprire il gusto di essere lette per dare alla gente uno sguardo della realtà. Nei momenti più difficili, come quello che stiamo attraversando, è ancora più importante che circolino le idee. È necessario per non lasciare il cervello della gente nel calcolo tecnico-medico della conta delle vittime, dei contagiati, dei guariti e dei potenziali asintomatici. La filosofia, l’antropologia e la sociologia devono tornare a spiegare quale rotta ha intrapreso il mondo e non avvitarsi nell’analisi complicata e vagamente autoreferenziale che è tipica della speculazione universitaria e dotta. È dunque nata così l’idea del libro: una sorta di Storia della Colonna Infame del XXI Secolo.

 

Ciò di cui si discute in queste giornate di quarantena forzata è anche cosa resterà, dal punto di vista antropologico e sociale di questa emergenza sanitaria: com’è cambiata la nostra vita?

Si può affermare senza essere smentiti che tutto il testo è una simulazione mentale di cos’è e cosa sta diventando il mondo. Questa è la prospettiva filosofica del testo. Se Alessandro Manzoni è l’ispiratore per scrivere un testo che sia un po’ sociologico, un po’ giuridico ed un po’ antropologico, senza però entrare nei tecnicismi delle singole scienze umane ma facendo emergere le questioni ad esse sottese guardando al mondo della pandemia, viene da dire che il lato più filosofico consiste proprio nell’esperimento mentale di immaginare il mondo del dopo coronavirus. I paradossi, i giochi e gli esperimenti mentali sono uno degli ingredienti classici della filosofia ed oggi addirittura il criterio intorno al quale all’Università Statale di Milano è stato creato il Museo della Filosofia. Attraverso una serie di sfide mentali il visitatore si trova a sperimentare la filosofia stessa ed i suoi concetti più profondi. È lo scopo del libro. Probabilmente quello più profondo. La verità per gli ateniesi del V Secolo avanti Cristo era il disvelamento, l’alètheia. L’esperimento mentale di questo libro è provare a togliere il velo ad una verità che potrebbe aver cambiato tutti i parametri in base ai quali viviamo, interpretiamo e, in una parola, abitiamo il mondo.

 

Quale è a suo avviso il vero cambiamento? E dunque, quale esperimento mentale dobbiamo compiere per leggere il mondo dell’epoca del coronavirus e del dopo coronavirus?

Fino alla diffusione di questa pandemia eravamo abituati a considerare l’Occidente come una grande storia unitaria, con dei tratti comuni fondamentali la cui caratteristica di base è stata, per la prima volta, disvelata dal grande trittico di filosofi della classicità: Socrate, Platone e Aristotele. Il timbro magico degli uomini dell’Occidente l’ha scolpito Aristotele ma è indubbiamente il prodotto del pensiero di tutti e tre gli ateniesi: l’uomo è un animale sociale. Ecco, all’interno di questo vero e proprio statuto dell’uomo occidentale, si è poi suddivisa la storia in antichità, medio evo, modernità e contemporaneità. La questione posta dal libro è la seguente: è finita l’epoca dell’uomo animale sociale e politico e dunque si chiude il mondo nato ai tempi di Socrate, Platone e Aristotele e se ne apre un altro. Quello dell’uomo animale virtuale. Ma attenzione: non si tratta di una rivoluzione nata dal caso o dalla pandemia che ci costringe a casa. E’ qualcosa di preparato nei decenni. È il frutto dell’epoca del trionfo della tecnica ma, anche in questo caso, una tecnica radicalmente diversa da quella che ha caratterizzato l’uomo animale sociale. Quella era tutta volta a conquistare il mondo, sottoporlo alla volontà di potenza dell’uomo e della sua vanità di espandere il proprio potere senza conoscere limiti. I due simboli della tecnica dell’uomo animale sociale sono la ruota e il Lem con il quale gli astronauti sono sbarcati sulla luna nel 1969. Il primo simbolo del nuovo paradigma umano è qualcosa di opposto: sono i social network come Facebook e Instagram. Questi non hanno nulla di esterno rispetto alla bolla individuale di ciascuno. È totalmente virtuale e immaginifico il mondo sociale dei social network. Possiamo dire che siano qualcosa di paragonabile alla ruota per l’uomo animale sociale. Sono la porta per il virtuale. Se osiamo guardare il mondo da questa nuova ottica, scopriamo che il coronavirus è stato qualcosa di molto simile ad una, seppur tragica, occasione per far uscire allo scoperto una realtà, quella dell’uomo animale virtuale, che nei decenni passati era trattata come un gioco, una distrazione, una piacevole vanità. In realtà stava preparando la prima grande svolta dell’essere umano, quella da cui non sarà più possibile tornare indietro. Non c’è neppure da stupirsi che ciò sia accaduto a seguito di una tragedia: è solo un evento traumatico ad essere realmente in grado di modificare i paradigmi più consolidati. Le professioni, i rapporti sociali, i sentimenti, la scuola, la formazione, la giustizia e persino le grandi riunioni sociali stanno sviluppandosi e riqualificandosi in chiave virtuale. Ieri per divertimento, oggi, in tempo di coronavirus per necessità, domani per destino dell’uomo della tecnica. Questo è ciò che resterà nel dopo coronavirus. Siamo davanti ad un mondo tutto da scrivere. E questo, con la chiave di lettura dell’uomo animale sociale virtuale che ha sostituito l’uomo animale sociale, è il grande esperimento mentale filosofico che siamo chiamati a fare. Senza troppa nostalgia per il passato, quello che non ritornerà più come prima.

 

Che cosa pensa di quello al modello Conte per il contenimento della pandemia e che potremmo confrontare al modello più fatalista di Boris Johnson?

Anche con riferimento a questo tema se ci si accontenta di ragionare con gli schemi passati si fa un grosso errore. La pandemia pare che necessiti l’isolamento in quanto non si conosce scientificamente questa malattia e dunque non ci sono cure e l’unica scelta per evitare il contagio è limitare il più possibile i contatti umani. Boris Johnson sembra dirci: non possiamo però bloccare la macchina occidentale. La nostra macchina vive di socialità e di scambi economici. Attenti: se fate questo affondiamo. Il Premier britannico, ma non solo lui, sembra metterci in guardia: se accettiamo questo congelamento rischiamo una fine più grave rispetto ad accettare delle perdite umane che, comunque, dobbiamo subire. Io proverei, ancora una volta, a superare questa dicotomia, tipica dell’uomo animale sociale. Mettiamo in pratica il nostro esperimento mentale. Se l’uomo è divenuto un animale sociale virtuale, l’isolamento è la cifra fondativa del suo essere. I percorsi neurali che caratterizzano l’uomo contemporaneo , quello della pandemia da social network, non lasciano scampo: la bolla è la metafora dell’esistenza. La bolla è il mondo idealistico e neurale di ciascuno, quello attraverso cui viene letto il mondo. L’uomo animale sociale riteneva di dover trovare ispirazione dai propri sogni per cambiare il mondo. L’uomo animale virtuale ha compreso che il mondo reale conta poco o nulla. La bolla neurale di ciascuno deve proiettarsi nel virtuale e solamente così può realmente costruire una realtà idealistica dei sogni. Il virtuale è la piazza, il campo da gioco e il mondo “vero” dell’uomo animale virtuale. È quello in cui il virtuale è ancora più bello e seducente del reale. E allora mi pare evidente che la scelta è dettata da altro rispetto all’agire politico dei politici. La virtualità suggerisce l’isolamento perché presuppone l’isolamento.

 

Diversi pensatori stanno sollevando dubbi e critiche sul decreto parlando di “area grigia”. Che cosa ne pensa?

Mi rendo perfettamente conto della questione sottesa ai decreti che ci obbligano a casa. Di area grigia parla Giorgio Agamben con riferimento a quelle situazioni in cui si crea una sovrapposizione tra bene e male, tra diritto e limiti dell’agire. Nella zona grigia non esiste la giustizia come dike (secondo il lessico della Grecia antica) il che presuppone la hybris come limite da non superare e quindi come tracotanza, superamento del limite e dunque ingiustizia. È evidente per tutti che questo rapporto tra giustizia e limite presuppone un mondo di realtà materiale e dunque vuole l’essere umano come animale sociale. Se l’uomo è divenuto un animale virtuale anche questi concetti devono essere totalmente rivisitati perché l’area grigia può essere una caratteristica normale di questo ambiente virtuale. Mi spiego meglio, attraverso un esempio del libro: non è dato sapere se, in tempo di quarantena, sia possibile andare a passeggio, o meglio, a correre per le vie della città deserte. I tanti runners della Milano assolata e vuota non riescono a trattenersi e saltellano come gazzelle per la città, fotografandosi per poi riversare le loro immagini sorridenti sui social network. Ecco: il rapporto tra dike e hybris e dunque il comune rapporto tra diritto e limite non regge più. È necessario utilizzare dei nuovi parametri, anche a costo di vivere nell’area grigia. Verrebbe da dire, proprio per vivere l’area grigia, che è destino dell’uomo animale virtuale. Anche l’uomo animale virtuale può trovare nella sapienza della Grecia antica i parametri su cui fondare la nuova realtà etica. La chiave sta in un termine che va oltre la materialità tra diritto e limite: la sophrosune. Per sophrosune s’intende qualcosa di incredibilmente attuale e che è riassunto nel libro di un grande neuroscienziato, Patricia Churchland. L’autrice parla di etica come “neurobiologia della morale” e spiegando che il diritto (quello di dike e di hybris) non ha senso se non trova terreno fertile nel percorso neurale della bolla di ciascuno. In poche parole: la legge ha un impatto solo se l’educazione del singolo ha costruito un percorso cerebrale biologico che è idoneo ad accogliere la regola. Ancora più chiaramente: noi siamo il nostro cervello ed il diritto non può nulla se manca la sophrosune e cioè la neurobiologia della morale. È un altro concetto nuovissimo anche se affonda le sue radici nell’antichità più classica. È la magia del mondo greco antico che è ancora capace di dettare la linea ai giorni nostri. 

Persino il Viminale sarebbe dubbioso in merito al tracciamento dei contagiati e dei loro contatti in Lombardia. Si è infatti creato un precedente che va valutato a fondo e che porta a conseguenze che non possiamo ancora prevedere. Che cosa prevede per il futuro?

Prevedo che il futuro non si porrà questo problema perché non solamente saremo tutti tracciati ma avremo degli strumenti estesi del nostro cervello che saranno in grado di schedare chi ci sta di fronte in ragione del suo profilo sociale virtuale. Svariati film raccontano questo mondo con i caratteri di un disegno distopico e avvenieristico. Ma vorrei sottolineare come, nella quotidianità delle indagini di polizia, questa sia già una realtà.

 

Eventi e news

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